Concerto Morblus Delebio: al Flizz tutto il calore del blues

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Notte ricca di calore e di divertimento al Flizz di Delebio con i Morblus di Roberto Bormioli. Emozioni e buone vibrazioni nel segno del blues tinto di funk e soul. La band del chitarrista e cantante veronese, abituato a palchi importanti tra Europa e Usa, è fondata sulle interazioni tra la sua chitarra e il tastierismo di Daniele Scala, con il supporto ritmico pulsante e dinamico di Stefano Dallaporta al basso e Diego Pozzan alla batteria, mai invadente, prezioso. Scala seduto ritto dietro al suo strumento, con coppola e scarpe bicolori, sembra uno stenografo da tribunale di film americano, ma è la colonna portante di tutto il sound, che punteggia magistralmente con scariche di note hammond alternate a discretissimi back ground. Ciò è apparso subito evidente sin dal “warm up”, tra swing e boogie, con Morbioli che sfodera voce potente e grinta chitarristica. Alle note di “Start it up”, mosso e “strappato” pezzo di Robben Ford, il pubblico è già ampiamente coinvolto e si cominciano ad intravedere le prime danze ai lati del palco. Nella sua “My Shoes” poi, Morbioli, eccita gli animi scendendo in mezzo ai tavolini armato di Telecaster wireless e suscitando applausi con del puro rock’n’roll. Ma è con una versione assolutamente da brivido di “Ain’t Nobody Business”, classico slow blues impregnato di pathos di Jimmy Witherspoon che Morbioli  conquista definitivamente, alternando raucedini e strilli come un autentico shouter, girando fra i tavolini in cerca della blue note, quella che fa vibrare l’anima. “I Believe in My Soul” del grande maestro Ray Charles, morbida e a tratti pungente, cantata in coro con il pubblico, ribadisce l’energia e la classe dei Morblus colorandosi perfino di accenti reggae.

Per un paio di pezzi, poi, Morbioli chiama sul palco i fratelli Marco e Paolo Xeres, con i quali ha collaborato spesso negli Alligator Nail ed è ancora festa, tra gli applausi convinti della gente. La “Boom Boom” di John Lee Hooker shakerata con un estratto di “On The Road Again” dei Canned Heat è un’irresistibile invito a ballare e dunque si finisce tutti sotto il palco. Ci sarà un bis, richiesto a gran voce alla band palesemente esausta dopo due ore di musica ininterrotta, ed è “Purple Rain” di Prince, forte di un assolo bluesy assolutamente centrato.
Grande show e bel segnale che l’abbiano visto e ascoltato anche diversi giovani, partecipando adeguatamente al rito.

Paolo Redaelli

 

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