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Cranberries Roses

Cranberries Roses Recensione

Cranberries Roses Recensione

Il 2012 verrà ricordato, fra le altre cose, per il tanto atteso ritorno dei Cranberries, dopo una lunghissima pausa durata ben undici anni. “Roses”, più che un’uscita discografica, è un evento soprattutto per coloro che negli anni ’90 erano teenager o poco più. Chi non si è esaltato sulle note di “Salvation” e non ha sofferto su quelle di “Zombie“? Il talento di Dolores O’Riordan e della band di Limerick è cosa risaputa anche tra chi non se ne intende di musica, motivo per cui la reunion degli irlandesi è più che sentita.

Il sesto album del gruppo, però, dimostra che gli anni passano per tutti, ahinoi. I musicisti incazzati di un tempo hanno lasciato spazio a persone più mature e serene, peccato che ciò sia anche sinonimo di mancanza di potenza negli arrangiamenti. Già da “Conduct”, il pezzo che apre le danze, si respira la calma che trasuda dall’intero cd. Melodie dolci, armoniose, capaci di riconciliare a se stesse anche le anime più tormentate. “Tomorrow”, il primo singolo estratto, è molto melodico e radiofonico, così come del resto anche “Fire and Soul” non smentisce l’ impressione di un  addolcimento globale del sound, che si rivelerà essere fondata per tutti i 44 minuti di questo full length. Una O’ Riordan che rinnova la sua particolarissima vocalità e che finalmente sembra aver allontanato tutti i suoi tormenti.  Qual è il problema allora? Che lo zoccolo duro dei fans dei Cranberries potrebbe ritrovarsi con l’amaro in bocca. L’unico sprazzo di rock (sì, ho detto sprazzo, smorzate l’entusiasmo)  si ha con “Schizophrenic Playboy”, nella quale la cantante osa un po’ di più (ma che, inserita in un qualsiasi album passato degli irlandesi, risulterebbe blanda).

Album che, nonostante tutto, promuoviamo sulla fiducia, con la speranza (non molto fondata, a dire il vero) che sia una specie di riscaldamento per tornare in gran spolvero come un tempo.

Claudia Falzone


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