Music Attitude

[Indie/Pop] Arcade Fire – The Suburbs (2010)


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Nel mondo musicale odierno, fatto di crisi commerciale ma soprattutto artistica, il terzo album degli Arcade Fire era indiscutibilmente molto atteso. Il gruppo di origine canadese non ha più molto da dimostrare dopo che con il capolavoro d’esordio “Funeral” (2004) e con il riuscito secondo disco “Neon Bible” (2007) aveva già meritatamente incassato i complimenti di David Bowie, Bono e Chris Martin, assurgendo rapidamente al rango di band di cui è difficile parlare male.
E’ giusto premettere che, pur con alcuni distinguo, “The suburbs” non tradisce le aspettative presentandosi come un lavoro compatto e coerente, che si fa ascoltare dalla prima alla sedicesima traccia senza intoppi, commuovendo e incalzando come nella migliore giovane tradizione degli Arcade Fire.
Il titolo comunica in maniera immediata che l’interesse della narrazione si è spostato dai neighbouroghs di Funeral ai sobborghi di Houston in Texas dove Win Butler è cresciuto; il luogo geografico è quindi di nuovo lo spunto del racconto, che non risulta univoco come potrebbe accadere in un concept album ma autoconclusivo all’interno di ogni brano, a sua volta però legato ai successivi dal filo comune dell’ambientazione che evoca nostalgia per una realtà premoderna da cui ci si è allontanati.

La capacità di narrare storie all’interno della struttura più classica possibile della canzone pop è probabilmente parte della grande forza impattante di questa atipica comunità di artisti, i quali, grazie alla versatilità musicale, riescono a dare ai propri brani anche un supporto sonoro contemporaneamente di facile ascolto e di spessore. Lo stesso Win Butler ha dichiarato che, dal punto di vista musicale, il disco si colloca tra i Depeche Mode e Neil Young, precedendo qualunque possibile critica che li potrebbe vedere in qualche misura derivativi.
La maturità della band si può desumere anche dal fatto che la prima parte del cd, da “The Suburbs” a “City with no children”, scorre veloce con brani che arrivano diretti ma che invitano a proseguire nell’ascolto. Non c’è una nuova “Neighbourhood #1” da riascoltare all’infinito ma non se ne sente eccessivamente la mancanza, mentre l’immaginario di questo mondo fatto di attese, incomprensione verso ciò che è moderno e tempo perso prende forma.
Il crescendo porta al primo vero picco costituito dalla doppietta “Half Light I” e “Half Light II (No Celebration)”, dove l’indole folk e quella elettronica si fondono in maniera originale conducendoci verso la seconda parte in cui gli Arcade Fire, dopo averci fatto entrare nel racconto, si concedono i due capolavori che tirano le somme musicali e liriche dell’album: “Suburban War” e “We used to wait”. Nella prima Butler canta della guerra della modernità contro lo scorrere della vita nei suburbs (“And my old friends, we were so different then Before your war against the suburbs began Before it began”) e la nostalgia per quel momento e quel luogo che si è scelto di lasciare (“In the suburbs I, I learned to drive People told me we would never survive So grab your mother’s keys we leave tonight”): una ballata struggente e arrabbiata che lascia il segno.
“We used to wait” è invece l’unico brano del disco che, a detta di chi scrive, si regge da sola: una perla pop d’autore che arriva come penultima canzone del disco a rincuorare chi aspettava una nuova “Rebellion” da mettere in loop.

Concludendo, l’attesa è stata ripagata da questo lavoro maturo e omogeneo che l’Italia dei concerti avrà modo di sentire dal vivo il 2 settembre a Bologna nel contesto dell’Independent Days Festival.

Claudia Piras

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