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Lana Del Rey – Ultraviolence

Lana-Del-Rey-Ultraviolence

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Una volta ero innamorato di Lana del Rey. Ricchissima figlia di papà, reduce dall’alcolismo, sa di cosa sta parlando quando canta di cocaina e Bugatti Veyron, elegante e viziata può comprarsi i produttori e gli autori che vuole per il suo disco-giocattolo, senza patemi di tipo finanziario.
Ora non la sopporto più Lana del Rey. Ricchissima figlia di papà, reduce dall’alcolismo, sa di cosa sta parlando quando canta di cocaina e Bugatti Veyron, elegante e viziata può comprarsi i produttori e gli autori che vuole per il suo disco-giocattolo, senza patemi di tipo finanziario.
Io sono il solito cazzaro, Lana non penso sia cambiata molto in 2 anni, quindi cosa c’è di diverso? Evidentemente autori e produttori. Dopo il premiatissimo Born To Die, senza dubbio tra il meglio del 2012 e degli ultimi anni, Lana è rimasta forse intrappolata dal personaggio che si è costruita.

Ultraviolence è un progetto che sguazza nell’hype e nella supponenza, che pretende di presentare una Lana del Rey in versione più sofisticata e minimalista danzare intorno ai temi e alle atmosfere a lei care: mille relazioni sentimentali problematiche e borderline, ambientante in degli Stati Uniti da telefilm, tra il moderno e il vintage.

Sparito dalla lista degli autori il piccolo prodigio Justin Parker: per lei 7 ne aveva messe giù, tra cui bombe quali “Video Games”, “Born To Die” e “National Anthem”. Rimane il veterano Rick Nowels (autore di “Dark Paradise” e “Summertime Sadness”), a questo giro però a corto di idee. Il maggiore punto di rottura rispetto al passato è dato però dal sound: sparisce Emile Hainye (Grammy per la sua collaborazione con Eminem), e con lui se ne va l’equilibrio perfetto tra vintage, pop, campionamenti e sonorità al limite del trip-hop, entra Dan Auerbach dei The Black Keys.

Auerbach asciuga tutto e punta su blues e chitarre, quasi a presentare una versione ‘unplugged’ di Lana. Un’ uniformità di sound, una smussatura della componente pop, una carenza di ganci orecchiabili, eccessiva prolissità più qualche strana scelta (per certi effetti sulla voce, a volte Lana sembra indossare una dentiera manco fosse Dolly Parton) che affossano il disco. E tutto il disco così è una mazzata, a partire dai 6 minuti in apertura che già richiedono troppo all’ascoltatore. Quando arriva il ritornello memorabile (come nella title track o in “Money Power Glory”) le cose funzionano, quando Lana punta troppo su vocalizzi in falsetto diventano lagne o quasi autoplagi (“Fucking My Way To The Top”).
Ed è un peccato perché ci sono spunti davvero interessanti, come la crepuscolare “West Coast”, che come sound sembra uscita da Ultra dei Depeche Mode.

Ovviamente un disco dal successo già scritto, perché Lana si è comunque ritagliata il suo spazio da pop star e il suo stile da diva…però dovesse farne un altro così, rischia davvero di sparire…


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