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Nick Cave & The Bad Seeds Push The Sky Away

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Il ritorno sulle scene di Nick Cave in compagnia dei suoi Bad Seeds dopo il precedente Dig!!! Lazarus, Dig!!! era ormai atteso da un lustro: periodo sufficiente a metabolizzare l’avvicendamento epocale tra Mick Harvey, storica spalla di Cave, e Warren Ellis, con il quale il Re Inkiostro aveva già lavorato in tandem nei Grinderman – e non solo. Il risultato, com’era in fondo prevedibile, è apprezzabile: Cave non poteva coprirsi le spalle in modo migliore: ha addirittura ammesso di aver trovato il suo songwriting ringiovanito nella collaborazione con Ellis, individuando diverse analogie con il lavoro di gioventù condiviso con Blixa Bargeld.

Come è stato costruito, dunque, Push the sky away? Indubbiamente si è reso necessario un diverso approccio: senza le chitarre di Harvey spesso è stato il pianoforte il punto di partenza della stesura, presto supportato dai loops di Ellis che hanno dato, per ovvi motivi, uno sviluppo lineare alla composizione: ampi spazi lasciati ai tappeti elettronici, chitarre e pianoforte – più in generale gli strumenti classici – che in punta di piedi appaiono e scompaiono dalla trama sonora hanno poi aperto la strada ad un lirismo soffuso, spesso sussurrato e recitato, che ha riportato il filo del discorso discografico su episodi più intimisti come The Boatman’s Call.

The songwriting process begins where I live: dobbiamo prendere alla lettera questa riflessione di Cave, dato che la cover ritrae la sua camera da letto e la sua mogliettina completamente ignuda. Un’immagine da copertina, non c’è dubbio: ed è proprio questa la soluzione scelta per la narrazione: le liriche sono astratte e si sviluppano per immagini, proprio come avviene per la scrittura cinematografica (We No Who U R, ma anche Jubilee Street). La musica si stringe così in un rapporto simbiotico con le immagini, ne incrementa il potere espressivo e offre un largo adito alle doti da crooner di Cave, che personalmente tendo sempre a preferire quando non sfociano in atmosfere tipicamente folk (è il caso, non isolato, di Wide Lovely Eyes).

Certo sarà difficile comprendere il senso semiologico del titolo We No Who U R; senza dubbio mi sento più rilassato nell’ascoltare brani come Water’s Edge, dove nella sporcizia del basso – che colora la volgare lussuria dei local boys del testo –, nelle melodie esotiche dei violini elettrici di Ellis, nel tono aspro della lingua e quello decadente delle immagini e dell’interpretazione vibrano le corde dell’inquietudine che sempre cerchiamo in un’opera di Cave – stessa percezione riscontrabile in We Real Cool o Higgs Boson Blues, e in generale in tutta la seconda parte del disco.

In modo molto pacato e sommessamente espressivo, lontano dalle scariche emotive di Let in Love e più in sintonia con No More Shall We Part questo Push the Sky Away riesce a dare nuova linfa alla discografia di un artista di livello eccelso, da cui non cerchiamo più conferme, ma solo nuove, appassionanti esperienze d’ascolto.

Cristian Ciccone


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