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Professor Green – Growing Up in Public

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Professor Green, seguitissimo in Inghilterra grazie ai suoi primi due album “Alive Till I’m Dead” e “At Your Inconvenience”, è ingiustamente conosciuto dalle nostre parti più che altro per un imbarazzante duetto con Dolce Nera a Sanremo, con la quale ha portato sul palco dell’Ariston una cover inglese di “Vita spericolata” intitolata “My Life is Mine”. Ingiustamente perché pur non avendo certo rivoluzionato la scena rap britannica, Professor Green è riuscito a ritagliarsi un proprio (interessante) spazio personale e a guadagnarsi una meritata visibilità internazionale. Il suo nuovo disco, “Growing Up in Public”, arriva dopo un periodo difficile, durante il quale Stephen Paul Manderson ha affrontato la depressione e pure un incidente d’auto, ma nonostante tutto è – per citare il suo esordio – ancora vivo, dato che nel mentre non ci è rimasto secco. Tutto sommato non male, quindi.

Archiviata questa premessa, per andare dritti al punto “Growing Up in Public” è opera di uno studente che ha fatto i compiti, ma in fondo in fondo non è che si sia sbattuto più di tanto. L’effetto complessivo è piuttosto gradevole, tra momenti più morbidi e altri più duri o movimentati. Ma, per fare un esempio, un brano come “Lullaby”, con Tori Kelly, per quanto intimo e personale nei testi sembra il tentativo un po’ paraculo di piazzare il singolone strappalacrime di facile successo. E la pecca più grande dell’album è la sua mancanza di originalità. Per quanto accattivanti e impeccabili da un punto di vista tecnico, molti pezzi risultano già sentiti. Due i riferimenti più ingombranti: Mike Skinner di The Streets, che tra l’altro era stato il primo a far firmare un contratto a Professor Green, e naturalmente Eminem. Soprattutto quest’ultima somiglianza, che già gli era stata rinfacciata in passato, rischia di essere la più limitante. Al contrario, i momenti in cui l’equazione del Professore funziona è quando si libera dei suoi riferimenti musicali e si lascia andare, soprattutto in brani scanzonati come “Name in Lights”, con Rizzle Kicks, e “Can’t Dance Without You”, con Whinnie Williams. Un intero album con questa attitudine, beh, lo avremmo volentieri ascoltato a ripetizione invece di accantonarlo tra le cose da sentire se proprio non c’è niente di meglio.


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