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Radiohead – The King Of Limbs

Diciamoci la verità. Da dieci anni a questa parte i Radiohead vivacchiavano, almeno a livello discografico (poco da dire sul loro continuo successo planetario in sede live). “Amnesiac” (2001) era stato il loro ultimo grande disco, sperimentale e visionario quanto il suo gemello “Kid A” (2000). Forse sentivano di essere arrivati a un punto di non ritorno, oltre il quale sarebbe stato impossibile spingersi. E allora ecco arrivare “Hail To The Thief” (2003) e il ritorno alla forma – canzone, al ‘rock’ e all’immediatezza comunicativa. Eppure qualcosa non funzionava, e il suo era un successo  più che altro di stima. Poi quattro anni di silenzio e l’arrivo di “In Rainbows” (2007), sulla falsariga del predecessore ma più riuscito, anche se “OK Computer” rimaneva ben lungi dall’essere bissato. Serviva una scossa, un’altra mossa spiazzante in grado di far breccia sul pubblico non solo a livello mediatico, ma anche artistico.

Serviva “The King Of Limbs”. Il quale vede la luce tramite le stesse modalità del suo predecessore: annuncio della pubblicazione improvviso, a una sola settimana dall’uscita, e download disponibile esclusivamente dal sito della band; solo nei prossimi mesi giungeranno le versioni fisiche. L’unica differenza è che ora si paga anche per scaricarlo. Uno dei tanti effetti della crisi, probabilmente.

Quello che però colpisce del lavoro è finalmente la sua dimensione musicale, tanto che “The King Of Limbs” può esser considerato l’album più ostico e inafferrabile di Thom Yorke e compagni. Si tratta infatti di un netto ritorno alle sonorità del dittico “Kid A/Amnesiac”, con poche concessioni alle atmosfere più dirette delle ultime emissioni, riscontrabili quasi esclusivamente nel singolo “Lotus Flower”. Il resto è, invece, una sorta di estremizzazione delle pulsioni più ermetiche e astratte del gruppo, un susseguirsi di elettronica minimalista e ambient in formato ‘pop’ (“Bloom” e “Codex”), squarci dubstep (Feral) e folktronici (Little By Little), funk alieno e alienato immerso in dance non ballabile (Morning Mr Magpie), paradossali slanci di rock psichedelico (Separator) e loop vocali che alterano ipotesi di ballad (Give Up The Ghost). In compenso le influenze jazz sono quasi scomparse (non troverete nessun nuovo “The National Anthem”) e le melodie sono ancor più accartocciate su se stesse. Sono solo 8 pezzi per 38 minuti di durata, ma anche un solo ascolto richiede parecchio impegno e concentrazione.

Eppure si tratta di musica interessante. Ovviamente i ritorni a qualcosa che hai già esplorato in passato non sono mai entusiasmanti quanto gli originali, e “The Kings Of Limbs” non è esente da questo difetto. Ma siamo comunque lontani dall’autoplagio, anzi la band è riuscita a dare l’impressione di suonare esattamente quello che vuole, senza nessuna pressione di sorta. I detrattori parleranno, anche questa volta, di “gente che si lamenta” con a capo Yorke “re dei piagnoni”. Ma, tra gli altri meriti, quello del cantante è stato trasformare il lamento in arte, oltrepassando la dimensione personale e facendosi universale, cosmico. E più ancora, a livello strettamente musicale, i Radiohead sono il gruppo più inclassificabile di oggi e fra i più inclassificabili di sempre, almeno a livello ‘mainstream’. Vendono milioni di dischi e riempiono gli stadi, ma non sono esattamente il classico gruppo pop o di arena rock. Né sono il classico act alt rock, o indie, o elettronico, neppure sperimentale tout court. Assomigliano sempre più a un impossibile incrocio fra Brian Eno e gli U2. O a dei Pink Floyd del 21esimo secolo, deciderete voi dopo aver sentito il nuovo disco, non il loro capolavoro ma sicuramente meritevole di più ascolti.

Stefano Masnaghetti

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