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The XX Coexist

The XX Coexist

The XX Coexist

Per recensire bene un album bisognerebbe essere in grado di ascoltarlo in maniera il più possibile distaccata. Quasi sempre però si scrive dei generi che meglio si conosce per poterne parlare con competenza, ed allora essendo la musica prima di tutto una passione, a volte capita di innamorarsi di qualche album in particolare. Fu così per “XX“, esordio dell’omonima band britannica uscito nel 2009. Il loro primo lavoro mi ha catturato quasi da subito, portandomi nel loro mondo dilatato fatto di atmosfere romantiche e malinconiche. Intrecci di voci, drum machine e chitarre affogate di delay.

Come tutti gli amori, il mio è definitivamente naufragato questo giugno, quando gli XX si sono presentati al Traffic Free festival sul palco di Piazza San Carlo. Sarà per l’atmosfera, per il contesto decisamente poco intimo o per un sentimento decisamente affievolito dal tempo, fatto sta che il live non mi è piaciuto per nulla.

Questo enorme preambolo serve a presentare la nuova e attesa fatica, “Coexist”, subito osannata da alcuni e criticata da altri.  Probabilmente un paio d’anni fa sarei stato tra i più accaniti fan di questo lavoro, dopo la loro esibizione live di Torino invece sarei potuto essere tranquillamente tra la schiera dei detrattori.

Ed è proprio questo lo scenario più corretto dove inserire “Coexist”, un punto di equilibrio molto instabile. La release suona bene, è molto curata e soddisfa le aspettative, senza però proporre nulla di nuovo. I tempi come di consueto sono dilatati, mentre le voci di Romy Madley Croft e Oliver Sim giocano ancora di più a rincorrersi e incastrarsi.

Angels“, primo singolo e pezzo di apertura dell’album, è un ingresso morbido e delicato all’interno del mondo sonoro degli XX. In “Chained” la parte ritmica diventa protagonista ma senza mai forzare il respiro. Sicuramente le sezioni ritmiche sono quelle maturate di più in questi anni. Si passa da suoni più dubstep a drum machine che strizzano l’occhio al breakbeat o ad accenti dance. Sono sempre un’ossatura fragile che non ha mai il coraggio di imporsi al di sopra del mantello di suoni che le vengono adagiate, “Tides” ne è uno splendido esempio. “Swept Away“, sul finale, rimane forse uno dei pezzi più intensi.

Analizzandolo nel dettaglio, dopo molti ascolti si percepisce un passo in avanti fatto rispetto al debutto. La sensazione è, però, quella che a lungo andare, privi di una vera evoluzione, gli XX possano arrivare a stufare.

Giuseppe Guidotti


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