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Anvil – Juggernaut Of Justice

Anvil Juggernaut Of Justice

Ritornano gli immarcescibili Anvil, a quattro anni dal precedente full – length “This Is Thirteen” e a due dal docufilm “Story Of Anvil” che ne ha rinverdito il mito. Un mito che comunque è stato sempre piuttosto sotterraneo, anche in ambito prettamente hard’n’heavy, poiché la band canadese non ha mai raccolto quello che, probabilmente, avrebbe meritato.

Ovviamente non è cambiato nulla nella musica di Steve “Lips” Kudlow e Robb Reiner. Lo s’intuisce fin dal titolo, formato come in ogni disco della band da tre parole, la prima e l’ultima delle quali sono come di consueto contraddistinte dalla stessa iniziale. Un marchio di fabbrica che va di pari passo con il sound inamovibile dei Nostri, heavy metal di quello schietto, diretto e ottantiano sino al midollo. Non c’è spazio per sperimentazioni, eccettuata forse la traccia strumentale conclusiva “Swing Thing“, spruzzata di fiati ‘jazz’, che però pare una versione semplificata dei King Crimson e in realtà d’innovativo non ha praticamente nulla; è tuttavia ben fatta e risulta persino divertente, un buon modo per chiudere un lavoro votato al metallone più tradizionalista che possiate immaginare.

Ma “Juggernaut Of Justice” non è un brutto disco, tutt’altro. Evidentemente la ritrovata ‘popolarità’ derivante dal documentario di cui sopra ha fatto bene allo spirito del complesso, tanto che questo è l’album più vario e meglio scritto da molti anni a questa parte. Un’opera che, seppur totalmente scollegata con la nostra epoca e con il metal che circola oggigiorno, abbaia e morde pure. E riesce a non annoiare (quasi) mai. C’è tutto quello che un fan degli Anvil vorrebbe sentire dai suoi beniamini: drumming forsennato, riff corposi, assoli simili a rasoiate, potenza e aggressività unite a una cura per la melodia mai in secondo piano. In tutto ciò spicca però una ritrovata vena creativa che aiuta a venir fuori dalle secche dell’autocitazione.

Gli Anvil sono una di quelle band heavy metal che non han preso nulla, ma proprio nulla dal punk. In compenso l’hard rock dei Settanta è sempre stata una loro fissa, e brani come “Fucken Eh!“, “On Fire” (un mix fra Iron Maiden e Ac/Dc) e la stessa title – track lo testimoniano ampiamente, mentre la giusta dose di metallo fuso è  garantita dalle varie “When Hell Breaks Loose“, “Turn It Up“, “This Ride” (che esibisce un riff alla Maiden periodo “Powerslave“, sorta d’incrocio fra “Losfer Words” e “The Duellists“, ma con l’aggiunta di tocchi d’organo hammond), “Conspiracy” e “Running“. Ci sono poi anche due canzoni vicine al doom, in grado di spezzare il ritmo del disco e di dargli quel quid in più grazie al quale la voglia di riascoltarlo cresce: la lugubre “Paranormal” e la quasi candlemassianaNew Orleans Voodoo” (il riff iniziale, incredibile a dirsi, sembra però modellato su quello di “Bestrafe Mich” dei Rammstein!), altri due esempi dell’ottimo stato di forma che sta attraversando il trio nordamericano. Una menzione la merita anche la bella melodia di “Not Afraid“, quasi liberatoria  nel suo ritornello.

Credo sia tutto. Anzi no. La produzione di Bob Marlette è un altro punto di forza di “Juggernaut Of Justice”; come sempre vintage, eppure questa volta più potente e a fuoco rispetto alla media delle loro produzioni. Graditissimo ritorno, i pochi amanti degli Anvil avranno di che gioire, ma anche chi è cresciuto a pane e metal deve dare una chance a questo bel disco.

Stefano Masnaghetti

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