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Behemoth The Satanist

Behemoth The Satanist

Behemoth The Satanist

Il nuovo Behemoth potrà non piacere ai puristi, a quelli che non sopportano le produzioni bombastiche in odore di “loudness war” (in ogni caso qui siamo comunque lontani dal suono plastificato reso celebre da Peter Tägtgren), ai nostalgici del primo periodo 100% black metal della band polacca, e in generale a chi è legatissimo ai primordi del death a cavallo tra Ottanta e Novanta. Per il resto “The Satanist” è il massimo che si può chiedere a una compagine di musica estrema nel 2014, presa nella sua accezione blackened death metal (vero, la definizione rasenta il ridicolo, ma rende bene l’idea del sound di questo sotto sottogenere). In estrema sintesi, l’album è una terrificante dimostrazione di forza, una sorta di “Evangelion” elevato al cubo, un muro di suoni quadrati e distorti che non perde un briciolo di compattezza dall’inizio alla fine, eppure riesce ad essere vario nonostante la monoliticità di fondo.

I Behemoth non sono certo dei nerd degli strumenti, dei tecnici sopraffini, e preferiscono comporre brani assimilabili al primo ascolto, privi di eccessive complicazioni strutturali. Ciononostante la loro bravura esecutiva è cresciuta paurosamente negli ultimi dieci anni, e ora sono in grado di scrivere canzoni come “Blow Your Trumpets Gabriel“, “Messe Noire” (l’assolo di questa, fra l’altro, tributa i giusti onori alla vecchia scuola) e “Ben Sahar“, in cui l’apparente semplicità nasconde un gran lavoro nelle ritmiche e nel riffing. C’è poi la prova canora di Nergal, mostruosa per quanto riguarda l’abilità nel rendere espressivo il canonico growl death. In patria è noto ai più per essere stato vocal coach nella prima stagione di The Voice Of Poland (il suo protetto, Damian Ukeje, ha persino vinto la finale cantando la cover di “Enter Sandman“) e per la sua relazione con la cantante Doda, lassù una star del pop. Ma, gossip a parte, il suo riuscire a plasmare così bene delle corde vocali un tempo non esattamente duttili, è segno di un grosso lavoro. Sicuramente Adam Darski è un tipo coriaceo: le sue idee filosofico/religiose sono discutibilissime (come tutte, del resto), ma il fatto di non averle cambiate di un millimetro neppure a un passo dalla morte è dimostrazione di una coerenza spaventosa.

Tornando alla musica, “The Satanist” convince anche nel suo accostare a ritmi classicamente death influssi smaccatamente black nei riff di chitarra. Il gioco funziona a meraviglia in “Furor Divinus“, “Ora Pro Nobis Lucifer” e specialmente nella frenesia di “Amen“, le cui caratteristiche oscillano fra la pulizia del black svedese e il caos blasfemo di band come Funeral Mist e Deathspell Omega. Forse l’unico punto debole è rappresentato dai sette minuti conclusivi di “O Father O Satan O Son!“, che qua e là mostra dei difettucci nelle giunture e risulta un po’ troppo prolissa. Il resto, invece, non dà tregua e non fa prigionieri. Internamente al genere d’appartenenza, abbiamo già a che fare con uno dei dischi dell’anno.


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