[Black Metal] Rotting Christ – Theogonia (2007)

The Sign Of Prime Creation – Keravnos Kivernitos – Enuma Elish – Gaia Tellus – Helios Hyperion – Nemecic – He The Aethyr – Phobos Sinagogue – Rege Diabolicus – Threnody

www.rotting-christ.com
www.season-of-mist.com

Teogonia: ossia il racconto mitico che ha per oggetto la creazione degli dei e del mondo divino. Tra le varie teogonie greche a noi pervenute, la più famosa è sicuramente quella di Esiodo, che narra la nascita delle divinità dal caos primordiale e le loro successive vicissitudini.

Questa brevissima introduzione serve a mettere in chiaro due cose: l’ambizione dei Rotting Christ nell’affrontare temi complessi, affascinanti e mai banali, e la fedeltà alla terra nativa e alla sua cultura, che ha permesso loro di raggiungere la completa leadership nella particolarissima scena black Greca. Il nuovo disco è l’ennesima dimostrazione del grandissimo valore di questo gruppo, che rifiuta di riposarsi sugli allori e continua a percorrere strade poco battute, a differenza della pletora di complessini black intenti solo a copiare le sonorità create più di quindici anni fa dai maestri Norvegesi. Ormai Sakis e compagni ci hanno abituato a cambiamenti, anche notevoli, da un album all’altro: se il precedente “Sanctus Diavolos” spiccava per la sua sovrabbondante vena sinfonica (a volte, invero, un po’ troppo ridondante), in “Theogonia” questa sembra quasi del tutto accantonata, e la cifra complessiva dell’opera è da ricercarsi nell’interazione tra il furente black metal dei loro primi lavori e certe melodie orientaleggianti di ascendenza araba. Proprio grazie a questa intuizione i Rotting Christ riescono a stupirci una volta ancora, e a sfornare uno dei loro migliori album di sempre. A livello di singoli brani, poi, era da tanto che i Greci non componevano vere e proprie bombe quali “Enuma Elish” (probabilmente il capolavoro dell’intero disco: black al fulmicotone sul quale s’innesta una sfibrante nenia araba, per un effetto ipnotico e straniante), “Nemecic” (la più “folk” del lotto), “Phobos Sinagogue” (tra le canzoni più oscure e misteriose della loro carriera) e la conclusiva “Threnody”, che chiude magistralmente il disco.

In sintesi: non si può chiedere di più al black in generale e ai Rotting Christ in particolare, oggi come oggi. “Theogonia” può essere visto come una dimostrazione di superiorità da parte di chi ha contribuito in modo fondamentale alla nascita e allo sviluppo di questo genere, e dopo vent’anni di carriera è ancora capace di sbalordire.

S.M.

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