Corrosion Of Conformity Corrosion Of Conformity

Corrosion Of Conformity Corrosion Of Conformity Recensione

Corrosion Of Conformity Corrosion Of Conformity Recensione

Dopo ben sette anni di distanza dal precedente “In The Arms Of God“, il ritorno dei Corrosion Of Conformity era atteso con grandissima curiosità da parte di tutti i fan della band statunitense. Non tanto per il lungo tempo trascorso dall’ultima prova in studio, quanto piuttosto per la riesumazione della line – up degli esordi, quella di “Animosity” (1985) per intenderci, composta da Mike Dean alla voce e al basso, Woody Weatherman alla chitarra e Reed Mullin alla batteria. Quando il loro stile era votato allhardcore punk più abrasivo possibile, e gli spunti sudisti erano del tutto assenti. E, nonostante Pepper Keenan sia ancora ufficialmente presente nel gruppo, questo omonimo album è stato interamente suonato dai tre di cui sopra. Peccato che, pur difendendosi egregiamente, infine suoni come un’occasione parzialmente sprecata.

Sembra infatti che il trio abbia voluto mantenere il piede in due staffe, indeciso se continuare a suonare quella che ormai è la musica che i C.O.C. dispensano ormai da quasi vent’anni, oppure se volgersi più nettamente al passato e rispolverare con più prepotenza le radici HC. Il risultato è una sorta di ibrido che, sebbene contenga alcuni accenni alle vecchie sonorità (cfr. “Leeches” o certi tempi di batteria in “Rat City“, traccia che peraltro contiene accenni all’hard rock anni Ottanta), si muove comunque nell’ambito di quello che potrebbe essere definito come un coacervo di metal, sludge e grassezze sudiste; in breve, quello che i Corrosion dell’era Keenan hanno sempre fatto. Siamo dalle parti di “Blind” (1991), ma manca un po’ della freschezza che aveva quel lavoro. Fra l’altro gli episodi più riusciti risultano essere proprio quelli che incorporano le solite influenze southern metal fangose, nonostante momentanee accelerazioni; oltre alle già note “The Doom” e “Time Of Trials“, pure i sei minuti di “River of Stone” e il riffing denso di “Come Not Here” non se la cavano malaccio, come anche la ballata strumentale “El Lamento de las Cabras“, che anzi è probabilmente il capolavoro del disco. L’inizio con le chitarre piangenti profuma fortissimamente di Pink Floyd, e la cosa incredibile è che funziona a meraviglia, come più la prosecuzione più classicamente roots’n’roll.

Ecco il problema. Le canzoni buone ci sono, peccato sembrino annegate in parecchi filler che danno un tono d’incompiuto e slegato all’intera opera, e un pizzico d’amaro in bocca è garantito. Davvero un peccato: questa band è sempre stata largamente sottovalutata nel corso della sua carriera, e se non fosse stato per l’innamoramento dei Metallica ai tempi di “Wiseblood” (1996) probabilmente avrebbe raccolto ancora meno di quanto abbia fatto. Di sicuro “Corrosion Of Conformity” non l’aiuterà a raggiungere un pubblico più ampio. Solo per fan.

Stefano Masnaghetti


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