[Death Metal] Daath – Daath (2010)



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I Daath avevano stupito mezzo mondo metallico con il loro secondo disco, “The Hinderers” (2007), in grado di coniugare death metal, aperture progressive e spunti industrialoidi con bravura e sagacia. Un nuovo astro stava nascendo, perlomeno così molti sostenevano. Eppure il suo successore, il più scontato “The Concealers” (2009), deludeva in parte le aspettative; dall’esplosiva miscela di due anni prima si passava a uno swedish death piuttosto risaputo, nonostante l’alto livello tecnico raggiunto dai Nostri. Ora, con quest’album omonimo, gli statunitensi si mostrano in piena crisi d’identità, confermando i dubbi che ultimamente si erano addensati su di loro.

Il punto è che “Daath” è una raccolta di canzoni anche discrete, ben suonate, con i consueti ghirigori virtuosistici e una notevole dose di groove, una produzione potente e nitida…ma senza capo né coda. Non s’intuisce dove si voglia andare a parare. E probabilmente è la band stessa a non saperlo. Di chiaro c’è un solo fatto: la componente elettronica è stata abbandonata quasi del tutto, eccetto per qualche reminiscenza presente in “Oxygen Burn”; per il resto non ve ne è traccia, così come sono anche sparite (definitivamente?) le digressioni più sperimentali che contraddistinguevano “The Hinderers”, nonostante ci sia qualche spunto prog a far capolino qua e là (Double Tap Suicide). Per il resto, le 13 canzoni del cd si dibattono in un mare di citazioni eterogenee che non vengono quasi mai armonizzate a dovere: strutture thrash/death oscillanti fra Soilwork, Darkane e The Haunted, break metalcore, passaggi di chitarra neoclassica, persino qualche rallentamento in odore di Morbid Angel (The Decider).

Presi singolarmente i brani potrebbero pure risultare efficaci, ma nell’economia dell’LP sembra siano stati appiccicati l’un con l’altro in modo del tutto casuale, finendo per creare un minestrone indigeribile. Un vero peccato date le premesse poste tre anni orsono, ma sembra proprio che i Daath si stiano afflosciando su se stessi.

Stefano Masnaghetti

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