[Doom/Death/Prog] In Vain – Mantra (2010)


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Secondo album per i volenterosi In Vain, quintetto norvegese che persegue una ricomposizione dei vari sottogeneri nei quali il metal estremo è oggi frammentato. “Mantra” è, infatti, un’opera lunga più di un’ora in cui l’ascoltatore s’imbatte in una mole di riferimenti fra i più disparati, tanto che a fine corsa è facile rimanerne disorientati e con la sensazione di aver avuto a che fare con qualcosa d’interessante ma, allo stesso tempo, di terribilmente farraginoso.

Il titolo, probabilmente, vorrebbe alludere al costante flusso sonoro che permea l’intero disco. Un lento innalzarsi di bastioni doom che, via via, si aprono alle più svariate contaminazioni. Così ci si può imbattere in un riff di chiara reminiscenza sabbathiana che d’improvviso si sgretola in un’accelerazione thrash – death, oppure in arpeggi acustici che lasciano spazio a parti in scream di matrice black. L’abbondante uso di tastiere e organo serve a mostrare l’anima prog dei nostri e, in effetti, l’intero lavoro cerca di armonizzare i vari stili tramite velleità progressive. Non mancano neppure digressioni nella musica etnica (in questo caso quella dei nativi americani), assoli chitarristici in odore di metal classico, spunti gothic, scampoli di post – hardcore e persino qualche derapata verso il country – folk americano (!). Difficile citare brani singoli, poiché tutti quanti presentano caratteristiche molto simili, giocati come sono su continui cambi di tempo e di atmosfera, instabili e smaniosi di stupire a tutti i costi.

Opeth, Katatonia, Setherial, Shining, Candlemass, Saint Vitus, Anathema, Neurosis, In The Woods, Dream Theater, Iron Maiden, Manowar, Johnny Cash (non scherzo: provate a sentire la bonus – track “Wayphearing Stranger”); sono solo alcuni degli artisti che l’ascolto di “Mantra” mi ha riportato alla memoria, ma la lista potrebbe essere ben più lunga. Sicuramente gli In Vain sono bravi musicisti e possiedono il gusto per la sfida, ma calcano talmente la mano con l’eterogeneità stilistica che il loro lavoro finisce per risultarne penalizzato. Somiglia a un gigantesco puzzle dalle tessere ancora parzialmente fuoriposto, piuttosto che a una creazione compiuta e a sé stante. Eppure molti sono gli spunti, soprattutto melodici, degni d’attenzione; segno che in futuro i Nostri potrebbero comporre qualcosa di più solido, se solo riordinassero un minimo le idee. Ma per adesso stanno ancora cercando una vera e propria identità.

Stefano Masnaghetti

 

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