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Five Finger Death Punch – American Capitalist

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Un paio di anni fa, parlando di “War Is The Answer“, ci domandavamo quale strada avrebbero scelto i Five Finger Death Punch per fare più grana possibile. Dopo aver ascoltato più volte il nuovissimo, e strapompato negli States, “American Capitalist” abbiamo capito che hanno preso indubbiamente la migliore per questo scopo. Il sound è oramai una perfetta carta carbonata di Slipknot e Stone Sour, con ogni tanto qualche escursione in territori modern rock specialmente nelle linee melodiche pulite. Se escludiamo l’agghiacciante ballad “Remember Everything“, il resto dei pezzi si muove su coordinate simili tra loro: riffoni e impatto con growl ben assestato e tantissima, ma tantissima, ripetitività specialmente dopo il positivo avvio con due canzoni in apertura quanto meno tirate e ben costruite. Se “Back For More“, “Under And Over It” e “If I Fall” sono indubbiamente perfette per fare proseliti tra ragazzini e caricare a molla un pubblico che sta aspettando il vero headliner della giornata, “The Pride” o la veloce “Menace” costringono a indecorosi sbadigli già dopo il primo minuto, mentre va anche peggio con “Wicked Ways“.
Top song l’ultima e schizzata “100 Ways To Hate“, che mostra chiaramente come questa band possa essere credibile, benchè totalmente derivativa di idee e sound ‘altrui’, quando pesta e pensa solo a spaccare senza voler trovare a ogni costo una melodia azzeccata che, con un vocalist più hooligan che altro, è difficile comunque da interpretare in modo pulito e non inutilmente sforzato. Sia chiaro, Ivan Moody fa la sua bella figura quando attacca a testa bassa e quando va di growl mentre fatica a non essere aggressivo anche nei passaggi puliti: in questo senso risulta incomprensibile la scelta di lasciare nella tracklist originale pezzi insulsi come la già citata “Remember Everything” e mettere come bonus track “The Tragic Truth“, uno dei migliori pezzi dei 5FDP diversi dalla modalità assalto frontale tipica dei Nostri.

Detto questo, il lavoro è confezionato ad arte per sfondare anche a livello di vendite, con una produzione bombastica e una batteria triggerata in modo assurdo per fare più caciara possibile e andare in giro a finestrini abbassati col cd nell’autoradio. Non ci aspettavamo cambiassero il corso del metallo moderno, ma al terzo disco era lecito attendersi una personalità maggiore e sicuramente più codificata e originale. Sarà la svolta per loro, specie se i clamori attuali di Billboard si dimostreranno fondati, ma l’album purtroppo è tutt’altro che soddisfacente e si limita a farci godere solo in tre-quattro brani che, se proprio volete, vale la pena acquistare su I-Tunes.

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