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[Heavy Metal] Bible Of The Devil – Freedom Metal

[Heavy Metal] Bible Of The Devil – Freedom Metal (2008)

Hijack The Night – Night Oath – The Turning Stone – Womanize – Heat Feeler – Ol’ Girl – Greek Fire – 500  More

Sito ufficiale della band
Etichetta discografica

Navigando per il web, può capitare di veder etichettati i Bible Of The Devil come band stoner. In realtà  il quartetto di Chicago ha ben poco a che vedere con questo genere: infatti, in “Freedom Metal” mancano  del tutto i momenti dilatati e psichedelici, mancano le chitarre ipersature, manca qualsiasi riferimento  all’hard blues dei Settanta, insomma i Nostri volgono il loro sguardo verso tutt’altri lidi.

Che poi sono facilmente individuabili in un preciso momento storico, i primi anni Ottanta, e collocabili  in una precisa corrente musicale di quel periodo, la NWOBHM. Produzione a parte, questo album sarebbe  potuto uscire 25 anni fa, senza che la sua sostanza risultasse minimamente modificata. Le ritmiche e l’uso  delle due chitarre sono pesantemente influenzate dal classico suono degli Iron Maiden, periodo “Piece Of  Mind / Powerslave”, come nella conclusione di “Night Oath” o nel riff portante di “The Turning Stone”; le  linee vocali sono alte e cristalline, simili a quelle utilizzate da parecchi cantanti dell’epoca.  Fortunatamente non ci troviamo di fronte ad una pura e semplice cover band di Steve Harris e soci: ogni  tanto fanno capolino anche riferimenti ai Motorhead (“Womanize” e il suo piglio più sguaiato e  rock’n’roll) ed ai Black Sabbath (il riffing di “Greek Fire”), mentre alcune aperture maggiormente  melodiche fanno pensare ad una versione metal dei Thin Lizzy (la scanzonata “Ol’ Girl”).

“Freedom Metal”: beh sì, se i Bible Of The Devil volevano dimostrare la loro libertà e indipendenza  rispetto a qualsiasi trend contemporaneo, il loro scopo l’hanno pienamente raggiunto. Niente riferimenti  al thrash bay area mischiato con lo swedish death degli At The Gates, a loro volta coniugati con il  metalcore e con certe soluzioni care agli Slipknot (insomma, la strategia compositiva attuata dal 90%  delle band della nuova ondata metal statunitense).

Preso atto di questo, ciò che rimane è però un disco che si rivela troppo derivativo e ancorato ad un modo  ultra datato d’intendere la musica. A tratti può risultare gradevole, ma se lo si ascolta tutto d’un fiato  finisce per annoiare dopo un paio di giri nello stereo. A chi può interessare un prodotto del genere? Non  di certo alle nuove leve, le quali, se proprio vogliono approfondire la storia del rock, sono caldamente  consigliate di recuperare gli originali; ma non credo che neppure i nostalgici possano appassionarsi più  di tanto a “Freedom Metal”, poiché anch’essi non possono non notare le macroscopiche differenze che vi  sono tra chi ha ideato qualcosa sua sponte e chi, tutt’al più, può essere considerato un discreto  imitatore.

Stefano Masnaghetti 

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