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[Heavy Metal] The Seventh Power – Dominion & Power

[Heavy Metal] The Seventh Power – Dominion & Power (2008)
 
Dominion & Power – Everlasting Fire – Hailstones – Heavy Laden – King Of All Kings – Raise ‘M High – Sacrificial Blood – Sea Of Galilee – The Clouds – Under The Altar

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Distribuzione

Non sono mai stato un patito dei malinconici “amarcord”, “io mi ricordo” in dialetto romagnolo, ma Dominion & Power, esattamente come accade nella pellicola di Federico Fellini, vuole celebrare i ricordi di una gioventù coraggiosa puntando tutto – qui, non sul film – sui pluridecorati Black Sabbath di Ozzy Osbourne. Et Voilà; il parallelo più scomodo di tutti i tempi è servito in quattro righe quattro.
A dispetto di un nome, un titolo e una copertina che porterebbero a considerare il disco come l’ennesima testimonianza di un power metal ordinario, i Seventh Power sono, viceversa, uno di quei gruppi imprigionati in un millenovecentosettanta made in Vertigo, quando l’etichetta britannica, assimilata poi da Universal, stampava le prime copie di Paranoid. E il parallelo, se vogliamo, si fa ancora più scomodo.

Eppure, tutto riconduce lì: la voce ipnotica di Bill Menchen (Titanic, Final Axe) a omaggiare Ozzy, il drumming ingegnoso di Robert Sweep (proprio lui, lo Sweep degli Stryper), i suoni, la produzione modello Paranoid. E poi lo stile, proseguendo su questa linea, collima quasi alla perfezione se non fosse per un songwriting “soltanto” buono, ma stiamo ragionando con trentotto anni di svantaggio. Sferragliate stimolanti quelle di Everlasting Fire, di King Of All King, di The Clouds, che riflettono anche agli ottimi Titanic e i Trouble; notevole l’ispessimento della chitarra elettrica nelle centralissime Raise ‘M High, Heavy Laden e Sacrificial Blood, accompagnate da ritmiche decise e incalzanti.

Pur a fronte di un immobilismo stilistico (cercato, trovato e infine applicato), il disco dei The Seventh Power è ricolmo di spunti e di trovate che rilanciano inaspettatamente quei meravigliosi anni settanta. Dieci tracce che, ascoltate quarant’anni fa, avrebbero lasciato il segno più di quanto lo faranno oggi, è oggettivo, ma è altrettanto innegabile la classe di un gruppo che esalterà i nostalgici e convincerà più d’uno a rispolverare i vecchi classici.

Gaetano Loffredo

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