[Industrial] Nine Inch Nails – Ghosts I-IV (2008)


1–9:Ghosts I – 10–18:Ghosts II – 19–27:Ghosts III – 28–36:Ghosts IV

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Finalmente Trent riesce a realizzare un disco interamente strumentale, privo di qualsiasi intervento vocale: un progetto che aveva in cantiere da parecchio tempo, ma che per un motivo o per l’altro non era mai riuscito a concretizzare. Che quest’opera sia molto sentita da parte dell’artista lo si evince immediatamente dalla cura con cui sono stati realizzati gli artwork delle varie versioni del disco, doppio in cd e quadruplo in vinile, oltre al fatto di esser disponibile prima solo ed esclusivamente tramite il sito dei NIN, e solo successivamente distribuito nei negozi.

La buona notizia è che non sentivamo da anni un Reznor così ispirato: nulla a che vedere con il mediocre “With Teeth”, e neppure con il pur buono “Year Zero”. “Ghosts I – IV” è l’album più coraggioso e personale dai tempi del sofferto e monumentale “The Fragile”, ossia il lavoro più intimista e lacerante del Nostro (non a caso entrambi sono doppi).
Nel caso di “Ghosts” ci troviamo di fronte a 36 piccole miniature, 36 frammenti che si avvicinano, per struttura e concezione, all’aforisma in musica. In essi Trent, coadiuvato spesso dal gradito ritorno di Adrian Belew (oltre che dall’ormai consueto Alessandro Cortini), sintetizza di volta in volta, nello spazio di 2 – 3 minuti (rare le tracce che superano questa durata), i suoi umori e i suoi pensieri più intimi, utilizzando l’intero spettro sonoro di cui dispone: così si passa dal minimalismo più austero ad esplosioni di scorie industrial – noise, dalla quiete pensosa disegnata da poche note di pianoforte alla nevrastenia dell’elettronica più acida, sfregiata da sciabolate di chitarra che, a volte, ricordano i tempi di “The Downward Spiral”. Ogni brano brilla di luce propria, ed è difficile trovare una qualsivoglia forma di continuità tra l’uno e l’altro: la mancanza di organicità è sicuramente il difetto più evidente di “Ghosts”, il motivo per il quale ascoltarlo tutto d’un fiato è impresa ostica e faticosa. Ma rappresenta anche il suo punto di forza, ché così facendo tutta l’arte di Reznor fluisce libera e spontanea, senza il bisogno di filler che appesantiscano il tutto. C’è il pericolo di smarrirsi, in mezzo alle varie visioni dalle quali è composta l’opera (il titolo è perfettamente funzionale ad illustrarne il contenuto, poiché siamo davvero alle prese con i fantasmi interiori dell’ex Mr. Self Destruct, né più né meno, e in quest’occasione non servono parole per ricrearli, diversamente da quanto successe con “The Fragile”): ma probabilmente la cosa è voluta. Perdere l’orientamento in mezzo a tante suggestioni diverse, fra un accenno di world music, un pezzo di synth anni Ottanta, una detonazione metal e un’implosione ambient, può essere molto piacevole.

Ancora una volta Trent si è messo a nudo, ancora una volta ha centrato il bersaglio, regalandoci l’ennesima perla di una carriera ormai leggendaria. Per tutti quelli che hanno versato lacrime ascoltando “The Fragile”, e che ancora adesso ne versano, un acquisto obbligato.

S.M.

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