Long Distance Calling – Long Distance Calling

Il sottoscritto aveva particolarmente apprezzato “Avoid The Light” (2009), secondo album dei Long Distance Calling. La bravura che la band mostrava nel rivitalizzare abusate strutture post rock tramite elementi progressive e psichedelici illuminava, a dispetto del titolo, un lavoro capace di distinguersi dalla massa.

Oggi il quintetto tedesco torna con disco omonimo che ancora una volta ne lascia trasparire il talento, sebbene si avvertano dei momenti di stanca e l’originalità non sia così elevata come nel predecessore. Le nuove sette tracce accrescono la presenza di soluzioni prog intrise di psichedelia, dilatando ulteriormente le atmosfere e arrivando spesso a lambire i confini dello space rock, soprattutto per quanto riguarda l’uso delle tastiere. Sono le chitarre, però, ad essere le vere protagoniste, le quali inseguono un concetto di forma canzone strumentale in cui centrale risulta essere la capacità di tessere riff sognanti e prolungati, attraverso i quali l’ascoltatore è reso partecipe di un universo sonoro in lenta mutazione acida. Dalle note continuano ad emergere prepotenti i richiami a Isis, Pelican, Explosions In The Sky e simili, ma l’influenza di nomi quali Tool, A Perfect Circle, Dredg sino a giungere ai Pink Floyd si è fatta più massiccia, e non credo sia un’eresia parlare anche di Hawkwind e Ozric Tentacles. Nel complesso oggi i Long Distance Calling appaiono più pacificati, e infatti non tutto funziona: “Invisible Giants” è piuttosto scontata, mentre i quasi 12 minuti della conclusiva “Beyond The Void” risultano eccessivi.

I Nostri non hanno però perso del tutto la loro abilità nel sorprendere, riuscendo comunque ad esaltarsi in ‘frequentazioni’ che non ti aspetteresti: così “The Figrin D’an Boogie” si attiene al titolo e presenta momenti blues rock dall’inconfondibile sapore Seventies, “Timebends” include un basso funkeggiante e “Arecibo (Long Distance Calling)” apre con un solido riff stoner metal. La sorpresa maggiore è tuttavia l’unico brano non strumentale; “Middleville” vede come ospite nientemeno che l’ex Anthrax John Bush dietro al microfono, e accanto ai consueti ingredienti rivela un forte accento post – grunge, tanto che il ritornello somiglia a un incrocio fra Alice In Chains e Soundgarden.

Certo, ci si poteva aspettare di più dai Long Distance Calling. Magari persino il disco della consacrazione. E invece questo non può esserlo. Neppure si può parlare di vera e propria delusione, perché i pezzi validi ci sono e il complesso si dimostra sempre una spanna sopra molti biechi cloni. Moderatamente consigliato.

Stefano Masnaghetti

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