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[Metalcore] Underoath – Lost In The Sound …

 

[Metalcore] Underoath – Lost In The Sound Of Separation (2008)

Breathing In A New Mentality – Anyone Can Dig A Hole But It Takes A Real Man To Call It Home – A Fault Line, A Fault Of Mine – Emergency Broadcast / The End Is Near – The Only Survivor Was Miraculously Unharmed –     We Are The Involuntary – The Created Void – Coming Down Is Calming Down – Desperate Times, Desperate Measures – Too Bright To See, Too Loud To Hear – Desolate Earth / The End Is Here

http://www.underoath777.com/
http://www.toothandnail.com/

Incensati da un bel po’ di anni nei paesi anglofoni e ancora fenomeno di nicchia in Italia, gli Underoath tornano nei negozi con il nuovo “Lost in the Sound of Separation”, forti dell’enorme successo di “Define the Great Line”, che li ha portati al disco d’oro e ad un secondo posto in Billboard.

Il disco è la diretta continuazione del fortunato predecessore: le sonorità sono prevalentemente aggressive ed heavy (grande lavoro dei due produttori Adam Dutkiewicz e Matt Goldman, che collaborarono già in passato con la band di Tampa), con poche aperture melodiche, escludendo quella “Too Bright to See, Too Loud to Hear” che ricorda molto i Deftones. Una lineup ormai rodata, arrivata al terzo disco consecutivo, che ci dimostra di essere un act di assoluto rilievo: lo screaming di Spencer Chamberlain si incastra alla perfezione con la voce melodica del batterista Aaron Gillespie, senza cadere nello stucchevole e nel banale, cosa assai rara nelle band del genere. Ottimo anche il lavoro di chitarre e basso, ma è il tastierista Christopher Dudley a dare al suono quella marcia in più. L’alternanza tra parti veloci e più cadenzate, tra “cattiveria” e melodia, e la contrapposizione delle due differenti linee vocali, rendono questo “Lost in the Sound of Separation” un lavoro molto vario che tiene alta l’attenzione dall’inizio alla fine. L’unico brano sottotono è, giusto per cercare il pelo nell’uovo, il singolo “Desperate Times, Desperate Measures”, che, pur restando godibilissimo, suona fin troppo radiofonico e strizza l’occhio al passato screamo della band.

Siamo di fronte a un buon disco che però non presenta al suo interno quei piccoli elementi d’evoluzione a cui gli Underoath c’avevano abituati. In sostanza la band cerca di esplodere anche sulla scena internazionale giocando sul sicuro, avvalendosi di quella che oramai è diventata una fanbase molto fedele.

Nicola Lucchetta

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