[Progressive Death/Thrash Metal] Atheist – Jupiter (2010)

  

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Dopo la parentesi Gnostic, band in cui non figura comunque Kelly Shaefer, si era tutti in attesa per il nuovo album degli Atheist. Nel 2006 ci fu la reunion per alcune date live, tra le quali quella tenuta a Wacken lo stesso anno, documentata da un doppio cd uscito nel 2009. Mancava solo il sigillo in studio, e “Jupiter”, a 17 anni di distanza da “Elements”, giunge a colmare questa lacuna. Siccome si sta parlando di una fra le formazioni più imprevedibili di sempre in ambito metal, è naturale che il loro ritorno alimentasse una curiosità smodata.

In realtà “Jupiter” non rappresenta né una sorpresa inattesa né un ulteriore passo degli americani verso l’ignoto in musica. Anzi, per i loro standard passati lo si potrebbe persino etichettare quale disco ‘conservatore’. In estrema sintesi, si tratta di una versione riveduta e corretta, nella produzione e in alcune soluzioni di più stretta attualità, del loro classico “Unquestionable Presence” (1991). Per l’occasione sono state accantonate le componenti più sperimentali di “Elements”: pochi, pochissimi gli spunti fusion (qualche passaggio del basso di Thompson nella conclusiva “Third Person” e poco altro), assenti del tutto quelli propriamente jazz, e scordatevi un pezzo come “Samba Briza”. Al contrario, le otto canzoni contenute nell’LP ribadiscono il classico suono Atheist: velocità mozzafiato, continui e implacabili cambi di tempo, death e thrash triturati in ardite strutture progressive, vertiginosi dialoghi fra sezione ritmica e chitarra solista, intrichi strumentali impossibili da decifrare con i consueti schemi comparativi fra questa e quell’altra band. Ma le novità sono poche. S’intravedono in alcuni passaggi di “Second To Sun”, dai suoni quasi postcore (Dillinger Escape Plan?), in certi rallentamenti death – sludge di “Fictitious Glide” (Morbid Angel?), nel riff quasi black metal posto in apertura a “When The Beast”. Per il resto, immaginatevi le composizioni dei primi due album elevate all’ennesima potenza in quanto a schizofrenia, abilità tecnica e capacità decostruttiva, con un taglio moderno e ancora più violento, e avrete “Jupiter”.

Allora stiamo parlando di un’opera non riuscita, di una delusione? Assolutamente no! La quarta fatica di Shaefer e compagni è bellissima, stimolante come sempre, in grado di procurare salutari emicranie. Solamente, mentre vent’anni fa le loro intuizioni potevano vantare il fascino dell’assolutamente nuovo, del rivoluzionario, ora, dopo due decenni di techno death/thrash, post – hardcore, math – core e chi più ne ha più ne metta, il loro suono non lascia più a bocca aperta come un tempo. Ma per i vecchi fan e molti ragazzi cresciuti con Converge, Burnt By The Sun, Dillinger Escape Plan, Coalesce e simili questo è comunque un lavoro degno del massimo interesse. E chissà che nel 2010 gli Atheist non riescano a conquistare un po’ di quel successo che mai arrise loro in passato. Se lo meriterebbero, eccome.

Stefano Masnaghetti

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