[Sludge/Post Metal] Mouth Of The Architect – The Violence Beneath (2010)

 

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I Mouth Of The Architect sono una formazione piuttosto affermata nel mondo del dopo – metal. I titoli parlano chiaro: tre dischi all’attivo, tour in giro per gli States di spalla a These Arms Are Snakes, 400 Blows e, soprattutto, Unsane, una reputazione underground in crescita lenta ma costante. Eppure, due fattori almeno li hanno sempre frenati nella loro ascesa: una line – up davvero troppo instabile, e un suono sì potente e interessante, ma fin troppo derivativo nei confronti dei pesi massimi ai quali s’ispirano; Neurosis e Isis in prima battuta, sino a giungere a Pelican, Cult Of Luna e altri epigoni di un certo peso, fra cui i Minsk di “The Ritual Fires Of Abandonment”. Detta così sembrerebbe di aver a che fare con una band che clona i cloni dei cloni, e, in effetti, alcuni passaggi dei loro lavori possono instillare questi cattivi pensieri nella mente dell’ascoltatore.

Ma le cose non stanno esattamente così, e questo corposo EP – quattro pezzi per mezz’ora di durata, due inediti più un brano registrato dal vivo, “Restore”, e una cover di Peter Gabriel (!), “In Your Eyes”, posta in chiusura e riletta in un clima alla Jesu – ne è testimonianza. Un’uscita del genere, nella maggior parte dei casi, dovrebbe aver la semplice funzione di antipasto per i fan, in attesa di un full length prossimo venturo; invece, nel nostro caso, “The Violence Beneath” si rivela snodo centrale per la carriera del quintetto americano, poiché inserisce nuovi elementi e arricchisce i paesaggi sonori ideati dalla band, rendendoli più efficaci e personali. Così, la title track attacca alla maniera degli Isis di “Oceanic” e prosegue eruttando sludge e doom, ma riesce a vivacizzare il tutto con armonizzazioni chitarristiche che ricordano molto da vicino quelle di Mastodon e Baroness, riuscendo ad amalgamare per bene il tutto. E i dieci minuti di “Buried Hopes” è vero che prendono forma grazie a “Through Silver In Blood”, immersi in un cupo pessimismo martoriato da scorie postcore alterate dalla psichedelia, doom apocalittico, chitarre singhiozzanti e urla ancestrali, ma la parte iniziale, mesto rituale acustico per la fine del mondo, sembra esser ispirata dagli A Silver Mt. Zion più sfiduciati, e in generale da certo neofolk di derivazione post rock.

Si tratta, quindi, di una pubblicazione tutt’altro che superflua, anzi necessaria nel percorso artistico dei Mouth Of The Architect. Che oggi suonano meno scontati e più convinti dei loro mezzi espressivi. Il prossimo disco potrebbe essere quello della consacrazione.

Stefano Masnaghetti

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