Music Attitude

[Alternative] Sonic Youth – The Eternal (2009)

 

Sacred Trickster – Anti-Orgasm – Leaky Lifeboat (For Gregory Corso) – Antenna – What We Know – Calming The Snake – Poison Arrow – Malibu Gas Station – Thunderclap For Bobby Pyn – No Way – Walkin Blue – Massage The History

http://www.sonicyouth.com
http://www.matadorrecords.com

“Thunderclap For Bobby Pyn” può essere la chiave di interpretazione per tutto questo nuovo cd dei Sonic Youth: Thurston Moore e soci stanno invecchiando, e per sfuggire all’età hanno deciso di correre veloci, ballare e farci ballare.
Può darsi che, in tempi in cui ci si esalta per il nuovo singolo dei Killers, a delle figure totemiche come loro sia venuta voglia di farci sentire cosa si intenda davvero quando si parla di alternative, indie, noise, e di tutte le altre etichette che usiamo appiccicare con troppa leggerezza. Può darsi che avessero voglia di lasciare correre la musica sulle loro chitarre senza disturbarla troppo, di cantare senza freni, di divertirsi, certo è che quello che ne è venuto fuori è uno degli album più belli di questa prima metà del 2009.

“The Eternal” è una perfetta sintesi fra le sonorità post punk e noise dei tempi di “Confusion Is Sex”, qui evocate dal ritornello marziale di “Anti-Orgasm” e dalla voce di Kim Gordon in “Calming The Snake”, e l’attrazione spintissima verso la melodia di “Sister”, al quale finisce per assomigliare in pezzi come “Leaky Lifeboat” (dedicata a Gregory Corso) o “Malibu Gas Station”.
Cosa dire di tutto un album in cui non c’è un pezzo fuori posto, anche a voler guardare negli angoli più bui (ad esempio l’auto-citazionismo esagerato dell’apripista “Sacred Trickster” o di “Antenna”)? Cosa trovare di eccepibile in un finale come “Massage The History”, che dire ipnotico è dire poco, o dell’ambivalente “Walkin Blue”, ostica e zoppa nella metrica della strofa e poi esplosiva  e cantabilissima nell’epifania del ritornello (“Tutto quello che vediamo è chiaro, tutto quello che sentiamo è chiaro, tutto quello che sogniamo è chiaro”)?

Se da una parte è vero che “Daydream Nation” o “Washing Machine” sono album difficilmente superabili di cui questo può essere sì e no un fratello minore, è anche vero che raramente a cinquant’anni si riescono a mantenere una simile integrità ed una florida vena creativa, ed è soprattutto innegabile che, se anche uno solo dei gruppetti di ventenni col big muff e la chitarra arrugginita che infestano più delle cavallette la scena di oggi riuscisse a comporre anche una sola canzone di questo album, lo porteremmo in palmo di mano per i secoli a venire.

Ma ai grandi si chiede di più, soffocandoli con le aspettative da fan.

Francesca Stella Riva

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