Bill Callahan – Apocalypse

bill callahan apocalypse recensione

Puntuale come un orologio svizzero, a due anni dal precedente Sometimes I Wish We Were An Eagle torna Bill Callahan con un nuovo disco, dall’impegnativo titolo: Apocalypse. Chi si aspettasse una variazione di rotta da parte dell’artista un tempo conosciuto come Smog rimarrà ancora una volta deluso: anche in questo quattordicesimo lavoro le coordinate rimangono quello di un folk-country scheletrico, su cui si innesta il baritono inimitabile del cantautore americano. Rispetto all’album precedente scompaiono gli arrangiamenti di archi, e rimane solo la tradizionale base di chitarra, piano, violino e batteria, che si riallaccia direttamente agli ultimi album incisi a nome Smog.

E proprio all’album del 2005 A river ain’t too much to love fanno pensare i due pezzi d’apertura Drover e Baby’s breath, dove il discorso riparte da un sound più scarno, simile a quello di una live band. Dopo aver stabilito queste coordinate sonore, con il terzo brano America! è in arrivo la prima novità: Callahan abbandona per un attimo la sua abituale introspezione e ripercorre invece in chiave obliqua la storia degli Stati Uniti. L’album raggiunge il suo culmine con il lento valzer di Riding for the feeling, abbellito dal piano elettrico di Jonathan Meiburg degli Shearwater, prima di chiudersi con i 9 minuti dilatati di One fine morning.

Nella presentazione di Apocalypse Callahan definisce il disco “uno specchio posto davanti a noi e poi girato verso il mondo”. Proprio questa apertura verso l’esterno rappresenta la novità più grande di questo lavoro: per la prima volta Callahan non si ritrae chiuso in una stanza, ma piuttosto come una figura all’aperto, intenta a descrivere il mondo che lo circonda. Non male per chi, all’inizio della sua carriera, registrava demo casalinghi e descriveva il suo modus operandi così: “Registralo velocemente e poi dimenticalo” (A Hit, 1994).

Giorgio Bonomi

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