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Black Tide – Post Mortem

Black Tide Post Mortem

Non abbiamo idea di cosa possa essere successo nella testa dei Black Tide negli ultimi tre anni. Sicuramente alle orecchie di Gabriel, singer, qualcosa di molto brutto visti i dilatatori assurdi che si è infilato nei lobi. Probabilmente anche il cervello dei Nostri deve aver sperimentato qualcosa di molto brutto vista la pochezza di “Post Mortem”, secondo album ufficiale dopo il debutto del 2008.
La scelta di avvicinare il proprio sound il più vicino possibile alla sfera Bullet For My Valentine e metal(core) moderno in generale con composizioni come “Ashes” (una delle opener più orribili di sempre nonostante il featuring guarda un po’ di Tuck dei BFMV), “Bury Me” o con i coretti iniziali di “Let It Out” potrà fare faville presso schiere di ascoltatori molto giovani ma rischia di inglobare i Black Tide all’interno di un recinto che già trabocca di act molto più capaci di loro di sguazzare nel genere. La parte forte dei Nostri era un guitar work ottantiano notevole e una grande attenzione alle lezioni imparate da Megadeth e Guns N Roses (giusto per dirlo con le loro stesse parole). Per trovare il primo pezzo decente bisogna aspettare “Honest Eyes” che nonostante suoni come un outake da “Scream Aim Fire”, è una bella fiocinata e spacca di brutto. Per trovare qualcos’altro da salvare serve arrivare fino all’ottavo brano “Lost In The Sound”, dove le melodie sono sì stra sentite ma la struttura è convincente e sufficientemente varia. Purtroppo queste sono solo due eccezioni tra materiale poco ispirato e per nulla degno di menzione.
Non c’è niente di male se adesso a loro va di suonare questo o se il batterista è sempre più grosso o se ancora Gabriel va a letto con tre donne insieme nel video di “That Fire” (inconcludente, a eccezione giusto delle chiappe delle tipe coinvolte), la sostanza è che “Post Mortem” è anonimo e privo di personalità.

Paolo Sisa

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