[Blues/Tribale/Corale] Wildbirds And Peacedrums – Rivers (2010)


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La cifra stilistica dei Wildbirds And Peacedrums è sempre stata un’atmosfera oscura, misteriosa e primitiva, una forza che pare arrivare da sottoterra e uscire allo scoperto come le radici aeree di certi alberi, con la stessa potenza e forza intrinseca.

“Rivers”, il loro terzo album, è in realtà un doppio Ep che raccoglie le due produzioni successive a “The Snake”, album che già aveva ben delineato le grandi potenzialità di questo duo voce e batteria.
Entrambi registrati in Islanda, “terra vuota e umida” che Mariam Vallentin dice perfetta per la loro musica, e portati a termine in una sola settimana, “Retina” e “Iris” sono due dischi affascinanti perché diversi ma complementari nel loro partire dagli estremi opposti della linea del tempo per riunirsi in un punto che è la loro esatta sintesi.

“Retina”, il primo in ordine temporale, è il più logico prolungamento di “The Snake”: si muove ancora in quella terra ancestrale e spirituale che i Wildbirds così bene sanno dipingere per noi, ma si arricchisce degli arrangiamenti corali di Hildur Gudnadottir (violoncellista e compositrice a lungo legata ai Mùm e titolare di alcuni album di una bellezza quasi cameristica), che sono fluidi nel completare i pezzi regalandogli respiro.
Un gregoriano laico e rarefatto è il risultato che si ottiene, uno spostamento verso il futuro, dal passato remoto delle suggestioni tribali dei precedenti lavori.
“Iris” si muove in maniera speculare, partendo da costruzioni musicali che sanno di New Wave e lavorando per decostruzione, eliminando le chitarre, gli organi rarefatti e le voci effettate per arrivare alla purezza di uno steelpan e di una batteria e riscrivere gli anni ottanta così, andando indietro, come in “Drop”, vera e propria dichiarazione di intenti e di stile.

“Rivers” è l’album della sintesi per una band che già della sintesi ha fatto la propria bandiera, è l’album che finalmente ci dà un quadro completo di quello che questo duo può fare, e il primo che non ecceda in esagerazioni stilistiche, che possa essere godibile per tutti e non solo per gli appassionati e pazienti fruitori della musica che, in modo molto generico e riduttivo, la gente chiama “sperimentale”.

Francesca Stella Riva

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