Chromatics Kill For Love

Chromatics Kill For Love Recensione

Chromatics Kill For Love Recensione

La prima grande rivelazione (nel suo genere) del 2012: si chiama “Kill For Love” ed è il quarto album di studio per i Chromatics, band di punta dell’etichetta statunitense Italians Do It Better. Con questo lavoro la band di Portland muove dal netto post-punk dei primi lavori (che pur rimane una grande influenza nel disco), verso un più New Order-iano synthpop, fluttuante su di un ipnotico sfondo new wave.

Il lavoro si apre con “Into the Black“, che altri non è se non la cover “chromatizzata” di “Hey Hey, My My (Into the Black)“, noto pezzo di Neil Young. E’ la calda voce di Ruth Radelet che ci inizia all’ascolto del disco, accompagnata dai riff di Adam Miller e da un synth delicato e poco invasivo. Un inizio soft che non esita però a smentirsi: con il secondo brano ci troviamo già a fare i conti con la title-track, che parla delle conseguenze di una tormentata passione amorosa. Sentimenti forti delineati da una voce quasi sempre sussurrata, asserragliata da synth graffianti in puro stile synthpop e da improvvisi assoli post-punk che conducono il pezzo verso le sue varie fasi. È sempre con la chitarra di Miller che ci inoltriamo nel terzo episodio del disco, questa volta però riprendendo i toni quieti della traccia d’apertura: “Back From The Grave” è un pezzo più intimista, dove ai riff di chitarra si accompagna una base minimale e la sola voce della Radelet a svettare sull’atmosfera silenziosa che circonda il brano. Tutt’altra storia è la Is TropicaleThe Page” – flutti oceanici e ondate di synth si alternano per una buona parte del pezzo – quasi del tutto strumentale, lasciandosi poi accompagnare dal cantato solo nelle battute finali. Come se non bastasse, i Chromatics si riscoprono in una nuova veste in “Lady“, puro brano di elettronica alla Crystal Castles accompagnata poi da un inedito cantato soul, e in “Candy“, traccia cupa e quasi “gotica” che richiama i Joy Division di “Decades“.

I Chromatics si fanno perdonare per la lunga assenza dalle scene musicali (durata ben cinque anni) con un grande album, ispirato e ben strutturato in tutte le sue parti, coeso nelle linee guida ma che sa distaccarsi, ove lo ritiene necessario, in sperimentazioni mai fuori luogo. Davvero un bel ritorno.

Andrea Suverato


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