Cornershop – Cornershop And The Double ‘O’ Groove Of

Trovarsi davanti ad un disco come quello dei Cornershop potrebbe scatenare due differenti reazioni nella mente e nel cuore di ogni ascoltatore; la prima consiste nel chiedersi per quale assurdo motivo ci si trovi realmente ad ascoltare questa mistura di suoni indie-britannici ed hindi-discotecari, mentre la seconda consiste nel chiedersi quando ci si sveglierà effettivamente da questo sogno (sempre meglio che dire ‘incubo’) che tutto d’un tratto ci ha catapultati a Nuova Delhi.

Alt! Queste potrebbero sembrare le parole di chi ha una gran voglia di stroncare un disco del genere, ed invece non è così. Parlerò per esperienza personale, dunque.

I Cornershop li ascoltai nell’ormai lontano 2006 quando, riascoltando il pezzo “Mundian To Bach Ke” per qualche assurdo motivo, mi addentrai in una (divertente) ricerca di musica con radici hindi, dovuta più alla curiosità che ad una vera e propria passione. Lì scoprii “When I Was Born The 7th Time”, l’album dei Cornershop che era guidato da una bomba assoluta come “Brimful Of Asha”, che tutti vi ricorderete probabilmente per il remix di un tale di nome Norman Cook; ecco, in questo disco non troverete nessuna “Brimful Of Asha”, sappiatelo. Il sound della band capitanata da Tjinder Singh è cambiato radicalmente; si è infatti radicato molto nella cultura Hindi e nelle sonorità che questa stessa comporta, non risultando (purtroppo) tanto catchy quanto avrebbe potuto e dovuto essere. Anche la scelta di lasciare la scena alla vocalità di Bubbley Kaur può risultare, in alcuni brani, davvero di difficile comprensione.

Sono presenti, però, un paio di buone tracce come, ad esempio, “United Provinces Of India” in cui si ha il nuovo manifesto dei Cornershop, ovvero una visione da destraversosinistra nel mappamondo e non più, com’era stato nei lavori precedenti, da sinistraversodestra. Visione che conferma e sottolinea la scelta di portare alla ribalta i suoni indiani cercando di inserirli in un contesto di musica indie britannica e non più vicecersa. “Topknot” e “Don’t Shake It” sono altre due piccole perle all’interno di un complesso di anonimità e ripetitività forse tipica di alcuni suoni che (purtroppo) sono ancora tanto, forse troppo lontati da (me e da) tutti noi.

Bisogna comunque spezzare una lancia in favore della produzione artistica, soprattutto a livello di qualità della resa sonora, dell’intero lavoro realizzato grazie ad una raccolta fondi attuata attraverso il noto sito di crowdfunding Pledgemusic. Solo per appassionati del genere e/o intenditori.

Federico Croci

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