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[Elettronica] Four Tet – There Is Love In You (2010)

 

http://www.fourtet.net/
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La fortuna di Kieran Hebden, aka Four Tet, è stata quella di essere cresciuto artisticamente in un momento, gli anni Novanta, in cui la musica elettronica si stava sviluppando in modo esponenziale. Dai Prodigy ai Chemical Brothers ad Aphex Twin agli Autechre, passando per Boards Of Canada e Notwist, citando solo i maggiori e senza tener conto delle mille filiazioni spurie, ce n’era davvero per tutti i gusti. E anche il post – rock, altra passione che Kieran sviscera nei suoi Fridge, viveva il suo momento di nascita e prima affermazione. Così il musicista inglese poteva formarsi su di un sound vivo e in continua mutazione, sperimentando e formando il proprio stile in parallelo con le uscite degli artisti suoi idoli. Dotato di enormi capacità assimilative, è riuscito a sintetizzare numerose esperienze diverse e a costruirsi un alfabeto musicale a metà strada fra folktronica e IDM, pubblicando una manciata di album che hanno messo d’accordo critica e pubblico.

Con il nuovo “There Is Love In You”, Hebden prosegue nel suo lavoro di affabulazione caleidoscopica e, forte delle recenti collaborazioni con Burial e il batterista jazz Steve Reid, si cambia d’abito e modifica parzialmente il suo universo sonoro. I vecchi Four Tet si ritrovano nei fruscii folktronici di “This Unfolds” e nell’immaginifico post – rock da dancefloor della conclusiva “She Just Likes To Fight”. Altrimenti, l’album è un susseguirsi di esplorazioni all’interno dei micromondi techno, house e dubstep. Il loop asincrono di voce femminile in “Angel Echoes” prelude al dubstep profondo e articolato di “Love Cry” (qui Burial ha colpito alla grande). “Circling” e “Sing” rappresentano due sfumature diverse nel plasmare sfondi minimal tech house: la prima ruota attorno ad una melodia soave ed eterea, mentre la seconda sminuzza l’andamento ritmico tramite l’arte del breakbeat; in entrambi i casi risulta ancora fondamentale l’uso del registro vocale femminile, che viaggia di pari passo con la base strumentale, angelicato in “Circling”, quasi bjorkiano in “Sing”. Infine, con “Plastic People” si rende omaggio alla microhouse propriamente detta, senza dimenticare qualche scoria glitch.

“There Is Love In You” è opera matura e convincente. La differenza rispetto a produzioni simili la fanno certi richiami ad un minimalismo di ‘nobile’ origine (più volte, durante l’ascolto, ci s’imbatte in una sensazione di wanderlust molto simile a quella suscitata dall’ultimo Klaus Schulze) e un’atmosfera complessiva lieve e quasi gioiosa (rimanendo in ambito dubstep, Shackleton o lo stesso Burial sono molto più ‘neri’ e claustrofobici). Unico appunto: a parer mio non si tratta di un capolavoro. Anche se molta critica lo sta considerando tale. Rimane un ottimo disco di eccelso artigianato, senza dubbio da segnalare e apprezzare senza riserve. Ma, per essere ancora più chiari, non stiamo parlando di un nuovo “Incunabula” o del “Selected Ambient Works 85 – 92” del terzo Millennio. Il pur bravissimo Hebden non cambierà il corso dell’elettronica.

Stefano Masnaghetti

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