Feist Metals

Feist Metals Recensione

Chissà che aria passa per le terre di Nuova Scozia di questi tempi. Da questa distanza si è soliti immaginare luoghi del genere con un che di archetipico: una classica bufera di neve che assedia da fuori le case con tetti spioventi, e dentro un bel focolare che illumina e riscalda. E proprio questa è la matrice di “Metals“, nuovo disco della canadese Leslie Feist, che ritorna sulle scene musicali dopo una pausa durata ben quattro anni.

L’uso minimale di chitarre e tastiere mette in primo piano la voce (qualche volta filtrata da vocoder) della cantante donando un tocco tenue e intimista a tracce come “The bad in each other” e “How come you never go there” (scelta tra l’altro come primo singolo dell’album). L’atmosfera che ne risulta è fredda e non si lascia respirare facilmente: del resto qui si ha a che fare con metalli, ci mettono del tempo a scaldarsi.

E difatti lasciando passare qualche manciata di minuti si scopre la voce della Feist più calda e coinvolgente (e coinvolta). Nonostante in fase di produzione abbia cercato di stemperare i lineamenti dei ritornelli per renderli meno accattivanti, brani come “The circle married the line” e “Bittersweet melodies” risultano estremamente orecchiabili – il che non è sempre un male, nemmeno nell’ambiente indie-folk che ci ha ormai abituato a tinte opache con poco spazio lasciato a toni più vivaci.

Ci vuole del tempo per apprezzare le cose che non si vogliono mostrare sin dal primo momento. Possono essere dei metalli che una volta riscaldati prendono una bella forma, lo sfregarsi delle mani davanti al fuoco quando fuori infuria la tempesta. L’ascolto di album come questi. C’è chi apprezza, chi distoglie lo sguardo – per fortuna c’è chi lo fa.

Andrea Suverato

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