[Hard Rock/Blues] Night Horse – Perdition Hymns (2010)



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La Tee Pee Records ha quasi sempre buon occhio quando si tratta di scovare campioni del revival hard rock degli anni Settanta, sia che essi appartengano al filone ‘progressista’ – stoner e affini – sia che, al contrario, si dedichino alla pura riproposizione delle vecchie, buone vibrazioni di quarant’anni fa.

Il quintetto californiano dei Night Horse appartiene a questa seconda schiera, che per comodità potrebbe esser etichettata quale ‘conservatrice’. Qui al suo secondo album, la band dimostra però di saperci fare. I ragazzi hanno poche idee, ma sono dannatamente chiare. E soprattutto le sfruttano fino in fondo, abilmente. Le coordinate sonore sono presto dette: hard rock intriso di blues proveniente direttamente da ZZ Top e Led Zeppelin, solo un po’ indurito per rimanere al passo coi tempi, il tutto condito da una forte vena southern che chiama in causa, ovviamente, Allman Brothers Band (cfr. la slide guitar in “Rollin’ On”) e Lynyrd Skynyrd (cfr. “Same Old Blues”). Se però volessimo far paragoni più recenti, potremmo ravvisare nella musica dei Night Horse una sorta d’incrocio fra Black Crowes – privi però degli influssi Stones, nel caso sostituiti dai Thin Lizzy, ascoltare “Shake Your Blues” per credere – e Gov’t Mule – un po’ meno raffinati e più pesanti e diretti. Infatti, la ballatona “Black Cloud” (con hammond d’ordinanza) potrebbe esser stata scritta dai fratelli Robinson, mentre “Hard To Bear” è blues rock che si avvicina davvero molto a certi spunti del Mulo Governativo. In questo intrico di rimandi, il complesso è bravo a variare sempre il piglio delle 11 canzoni che compongono “Perdition Hymns”, bastonando quando è il caso – “Confess To Me” e “Choose Your Side” fra le altre – e alleggerendo l’atmosfera nelle romanticherie sudiste delle già citate “Same Old Blues” e “Black Cloud”.

Detrattori e maligni parleranno di assortimento da robivecchi, ma, per la miseria!, quanto sono bravi i losangelini a esporre e lucidare la loro mercanzia. Consigliato a chi non si stufa mai delle calde sonorità della tradizione americana e a chi pensa che senza Robert Johnson, Muddy Waters, John Lee Hooker e simili la musica del Novecento sarebbe stata immensamente più povera.

Stefano Masnaghetti

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