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[Indie Rock] Arancioni Meccanici – Arancioni Meccanici (2010)


http://www.myspace.com/arancionimeccanici

Album d’esordio per il quintetto degli Arancioni Meccanici, milanesi, attivi sin dal 2004. In questo loro debutto sono stati coadiuvati da Giulio Favero (One Dimensional Man, Teatro Degli Orrori) e Livio Magnini (Bluvertigo, Jetlag), i quali hanno registrato e mixato le dieci tracce che compongono il disco.

Descrivono la loro musica quale “colonna sonora immaginaria per un brindisi con Stanley Kubrick e Mario Monicelli”, probabilmente riferendosi al nome scelto per il gruppo. In ogni caso la fantasiosa descrizione non ci viene molto in aiuto, e ascoltando l’opera la confusione aumenta. Soprattutto perché non si riesce a capire con che cosa si ha a che fare; se con una band dall’immenso potenziale, oppure con un progetto che non andrà mai da nessuna parte.

Gli Arancioni Meccanici sono ondivaghi, frammentari. In 50 minuti circa condensano migliaia di scatti diversi, che passano davanti agli occhi a velocità sostenuta, troppo sostenuta. Si riescono ad isolare solo alcune componenti, ma il quadro d’insieme continua a sfuggire. Sicuramente i cinque sono grandi estimatori della new wave, del post – punk e di tutto ciò che significarono gli anni Ottanta: “Mala Tempora”, “Tomorrow” e “Uomini/Macchine” raccontano di un grande amore per Diaframma, Litfiba, CCCP, e poi ancora Cure e Joy Division; il canto di Gianfranco Fresi ricorda molto l’enfasi declamatoria di Ferretti, anche se la sua voce rimane comunque più ‘musicale’, e a volte il timbro richiama quello di Pelù (Tumblin’ Heart). Oltre a questo, però, i Nostri offrono molto altro: c’è l’hard rock anni Settanta di “La minaccia rossa”, incrocio fra Stones e southern rock; c’è la ballata à la Nick Cave di “Love”, con tanto di pianoforte; c’è la caricatura della canzone italiana leggera dei primi Sessanta di “Ti porto fuori a cena”, una produzione che spesso si avvicina al lo – fi dei Novanta, e ancora tracce di psichedelia e acid rock (nella ghost track, ad esempio), echi di cantautorato italiano, reggae che si tramuta in punk, synth pop e indie rock. I testi oscillano fra l’ironico e l’impegnato, tra il serio e faceto, prima distaccati e un attimo dopo sentiti ed empatici, ulteriore segno d’ambiguità.

Più che un disco, un rebus. L’entusiasmo dei musicisti è a mille, e questo lo si percepisce ad ogni nota, eppure tutto suona troppo disomogeneo per convincere appieno. Gli Arancioni Meccanici dovrebbero sforzarsi di essere un po’ più personali, sviluppando uno stile riconoscibile, senza tentare improbabili collage citando tutta la musica che hanno ascoltato nella loro vita, altrimenti rischiano di essere una grande occasione sprecata.

Stefano Masnaghetti

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