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Jack White – Lazaretto

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Tempo di mondiali. Jack White non può non dire la sua. Il ritorno si intitola “Lazaretto”, secondo album solista dopo “Blunderbliss”. Coloro che speravano di trovare una novella “Seven Nation Army” dovranno ahimè ridimensionare le aspettative, ma non rimarranno delusi.

Le undici tracce del lavoro sono ispirate a racconti, storielle e poesiole che il nostro scrisse intorno ai vent’anni. Se già all’epoca credesse che Dio sia donna, come narra il primo singolo e title-track “Lazaretto”, non lo sappiamo. Non tutto è tratto da quel periodo. Leggendo quel materiale ritrovato nella classica soffitta Jack dice di aver sorriso, meditando di buttare tutto nel contenitore della carta. Poi ci ha ripensato, scoprendo di poter utilizzare il materiale “per una scrittura aggressiva”.
L’ex White Stripes scrive, suona, arrangia, canta e produce. E chissà cos’altro. Il suo talento è duttile e prorompente. Quest’album mette in risalto questo suo eclettismo: colpisce l’eterogeneità dei brani, riconducibili ai più importanti filoni della tradizione americana. A tenerli insieme è il suono variegato e malleabile della sua chitarra, nonché la schizoide impostazione vocale.
Il disco si apre con il groove funky-bluesy di “Three Women”, cover dell’omonimo brano di Blind Willie McTell, cui segue la coinvolgente “Lazaretto”: iniziano a palesarsi le melodie febbrili e rapsodiche di White, spesso contrappuntate da piccoli synth abrasivi o traslucidi. “Temporary ground” sposta il fuoco del disco verso l’orizzonte assolato del country-folk americano, impreziosito dalle alte tonalità dei cori femminili. È la quarta traccia a monopolizzare l’attenzione: “Why You Fight For My Love?” è il vero capolavoro dell’album. Linee di epicità western e grande forza melodica. La strampalata andatura della strumentale “High Ball Stepper” fa il pieno di fuzz, ottimo preludio per “Just one Drink” (“of water”, per noi, “of Gasoline” per White), che apre una parentesi beatlesiana completata da “Alone in my Home”.

Jack parla di differenti stili riferendosi ai diversi sotto-generi dell’album. La ricchezza, da questo punto di vista, è importante, e determina uno scarto rispetto all’album precedente. Il finale serba un’altra perla: “I Think I Found The Culprit”, con un classico ritornello del repertorio White.
Grosse sorprese ha rivelato l’edizione LP “Ultra”: tracce nascoste, grooves segreti e ologrammi che si materializzano man mano che il disco gira. Se foste interessati conviene che vi diate una mossa, dato che il prodotto è in edizione limitata.

Non so come verrà accolta questa uscita nelle classifiche di fine anno. Se riuscirà a sbancare come il suo predecessore. White ha sempre affascinato critica e music-biz, ed è riuscito a raccogliere più di quanto ci si aspettasse. Per me “Lazaretto” è un album di buon livello, realizzato da un artista che sebbene ami vivere sopra le righe non indietreggia di un centimetro sulla sua professionalità. Tanti pezzi con soluzioni ammirevoli e qualche brano superlativo. Go Jack, go!


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