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Kurt Vile Wakin On A Pretty Daze

Kurt Vile Wakin On A Pretty Daze

Kurt Vile Wakin On A Pretty Daze

Il buon Kurt, chitarrista/cantautore indie Americano, grazie al precedente “Smoke Ring For My Halo” (2011) è uscito dal sottobosco e inizia ora a godere di maggiore visibilità. Sono passati un paio di anni e, ad essere onesti, si potrebbero ripetere ancora le stesse cose: che dovrebbe imparare a cantare, che spesso rischia di cadere nel melenso/lagnosetto, che quando si sentono le influenze alla Rolling Stones va decisamente meglio. Ma, nonostante il suo sound non sia cambiato drasticamente, si notano una generale maturazione nella scrittura dei pezzi, arrangiamenti migliori e la capacità di piazzare qualche sorpresa interessante. Azzarda addirittura con i 10 minuti in apertura di “Waking On A Pretty Day”, riuscendo a costruire qualcosa di semplice ma che tiene sempre attenti, tipo con quel riff che parte a 4.30 e che non riesco più a togliermi dalla testa.

Divertente nei pezzi con più carattere, come “KV Crimes”, non mancano poi sperimentazioni: “Was All Talk” prova con suoni più sintetici ma la tira troppo per le lunghe. C’è un momento il cui disco sembra affossarsi, poi arriva una “Pure Pain” e colpisce come Kurt riesca, quando vuole, a saltare da un’atmosfera all’altra con tale naturalezza. Non è un guitar hero, ok, non ha intenzione di esserlo, è bravo a crearsi questi lunghi pezzi un po’ soft rock, un po’ psichedelici…ma il punto debole è sempre il lato vocale: troppo monocorde e ripetitivo. Dicono che le sue influenze siano Springsteen e Tom Petty, ma è decisamente fuorviante: si sente dentro quell’america delle lunghe autostrade e degli spazi sconfinati, ma il suo approccio è decisamente più soft e per niente da arena rock.

Migliorasse quella dannata voce sarebbe perfetto, anche perché è in grado di creare il giusto mood e trovare soluzioni intelligenti. Disco promosso ma si può fare di più.

Marco Brambilla


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