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Not A Good Sign Not a Good Sign

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Non è un buon segno che per far conoscere un disco come questo la band parli già di Stati Uniti o Giappone. Non è un buon segno che un disco come questo, crimsoniano fino al midollo, esca nel paese di Jovanotti e Marco Mengoni. Non è un buon segno che il gruppo stia faticosamente cercando date per promuoverlo dal vivo. E’, peraltro, un buonissimo segno che in Italia ci siano giovani musicisti capaci di studiare esempi importanti, per assimilarli ed elaborare un loro prodotto originale.  “Not a Good Sign”, chiaramente influenzato dal suono di Fripp e compagnia (ma con evidenti tracce di EL&P e Yes), è un disco molto ben suonato, registrato e prodotto. Non solo un omaggio all’arte insuperata di quei gruppi ma un lavoro che possiede identità propria. Materia viva, insomma.

In poche parole un prodotto di qualità, destinato, come tanti in Italia, a rimanere oggetto di culto. Ed è un peccato, perché lo sforzo congiunto del quintetto (Paolo “Ske” Botta, tastiere; Gabriele Guidi Colombi,  basso; Martino Malacrida, batteria; Francesco Zago, chitarre, Alessio Calandriello, voce) verso un’idea di jazz-prog contemporaneo (se proprio vogliamo usare etichette, ma questa è musica senza confini) meriterebbe opportuno riconoscimento. Il disco possiede la tensione e il romanticismo dei Crimson nelle varie incarnazioni, la loro capacità di alternare rumore e melodia attraverso complesse ed ammalianti partiture sonore. Il gruppo ha ottime capacità strumentali, guidate dal canto notevole di Calandriello e dalla cristallina vocalità folkie di Sharon Fortnam (ospite in “Witchcraft by The Picture”, su testi del poeta John Donne), insieme al piano di Maurizio Fasoli ed al cello di Bianca Fervidi . Modelli alti, risultato pregevole. Difficile individuare un pezzo sugli altri, perché il disco ha la forza del concept album e impone un ascolto attento e integrale. E questo è un altro buon segno.


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