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Peter Murphy – Ninth

Peter Murphy Ninth Recensione

Come i Bauhaus non furono solo “quelli di Bela Lugosi Is Dead“, così Peter Murphy non è solo “l’ex cantante di quelli di Bela Lugosi Is Dead“. E, a ben guardare, la sua carriera solista avrebbe meritato maggiori glorie, se la si dovesse considerare solamente sulla base della caratura artistica, prescindendo cioè da quello che probabilmente l’ha parzialmente frenata, ovvero esser la creazione di chi un tempo suonò con una delle band post – punk più importanti di sempre, pietra miliare della dark – wave e inventrice della corrente goth. Eredità dalle quali Murphy non è riuscito mai del tutto a svincolarsi, finendo suo malgrado per vivere di luce riflessa dal suo passato di pioniere assoluto.

Eppure Peter di dischi belli ne ha scritti anche in solitaria, e adesso si ripresenta in ottima forma, tanto che “Ninth” può esser considerato uno dei suoi parti migliori. Si tratta di un’opera calda, intimista, vellutata. Oscurità e giri scheletrici di basso e chitarra che vengono mitigati e quasi dilavati da un tocco di signorilità glam, sorta di cortocircuito fra sogni new romantici e posture prese a prestito da “Velvet Goldmine” e opportunamente riadattate per venire incontro ai modi aristocratici di un gentleman della sua età. Quello che però balza subito alle orecchie e fa rabbrividire di piacere è la sua voce, quella voce spesso paragonata al miglior David Bowie, che dopo oltre tre decenni è ancora eccezionale e non ha perso nulla della sua bellezza.

Certo i vecchi fan dei Bauhaus potrebbero non gradire del tutto certe tentazioni pop del Nostro. Ad esempio il singolo, “I Spit Roses“, ariosa e immersa in un’atmosfera più luminosa che oscura, con le tastiere intente a stillare raggi d’aurora. Oppure le tentazioni di rileggere l’Iggy Pop più ‘decadente’ tramite la new wave della gioventù, come accade in “Velocity Bird” oppure nel torvo rock’n’roll di “Peace To Each” o ancora nella raffinata ballad “The Prince & Old Lady Shad“. Quello che conta veramente, però, è che tutti questi brani sono più che riusciti, possiedono stile e presenza, sanno come si provoca un’emozione non superficiale. Basterebbero da soli a fare di “Ninth” un ottimo disco.

Ma non è tutto qua, perché poi l’artista piazza altri tre colpi da vero maestro. “See Saw Sway“, gemma caratterizzata da chitarre in odore di Cure e da cori che potrebbero aver concepito i primissimi Duran Duran se avessero studiato con i Sisters Of Mercy; l’incubo claustrofobico e al ralenti di “Secret Silk Society“, unica traccia alla Bauhaus sino al midollo; e la malinconia gentile di “Creme de la Créme“, perfettamente bilanciata fra archi, pianoforte e chitarre, degna conclusione di un album più che ottimo, e fortemente consigliato a tutti gli appassionati di rock.

Stefano Masnaghetti

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