[Post – Folk] Matt Elliott – Failing Songs (2006)

Our Weight In Oil – Chains – The Seance – The Failing Song – Broken Bones – Desamparado – Lone Gunman Required – Good Pawn – Compassion Fatigue – The Ghost Of Maria Callas – Gone – Planting Seeds

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Il percorso artistico di Matt Elliott, dopo cambi di rotta coraggiosi e paradossali, ha ormai trovato la sua peculiare direzione. Lasciati definitivamente da parte i pur ottimi trascorsi elettronico – sperimentali, che avevano caratterizzato la ricerca sonora dei suoi Third Eye Foundation (e che in parte riecheggiavano ancora nel suo primo album solista, “The Mess We Made”), il Nostro ha deciso di immergersi sempre più negli abissi della canzone folk d’autore, sia essa memore di Nick Drake oppure direttamente ispirata alla tradizione musicale europea (francese, balcanica, mediterranea, ecc.).

“Drinking Songs” era stato il principio di tutto, un disco dal grande fascino e dall’immensa tristezza, profilo notturno e tasso alcolico spaventosamente alto. “Failing Songs” ne è la naturale prosecuzione: forse meno disperato e con maggiori sfumature dolci e malinconiche, in compenso più asciutto e focalizzato sulla forma canzone, un moderno cantautorato acustico che rende Matt Elliott assolutamente unico e indispensabile nel panorama musicale odierno. Messa da parte ogni tentazione elettrica, eccezion fatta per piccolissimi spunti qua e là (cfr. “Chains”), i dodici brani che compongono il disco paiono voler costituire una summa di certa musica crepuscolare mitteleuropea, con forti riferimenti provenienti dall’est: piano, fisarmonica, violini, ogni tanto il suono sommesso di una tromba affogata nel buio. Pare, a volte, di aver a che fare con un Tom Waits del “vecchio mondo”: mentre il primo, specie nei suoi dischi degli anni Settanta, pescava a piene mani dalla tradizione jazz, blues e folk americana, reinterpretandola in una personalissima “night music”, così Matt Elliott fa suo e reinterpreta uno sterminato patrimonio di chansons francesi, danze gitane, ballate nordeuropee, cabaret alla Kurt Weill, tradizione klezmer e tentazioni cameristiche.
Meno corale e drammatico del suo predecessore, “Failing Songs” acquista però maggior compattezza e consapevolezza estetica, confermando il suo autore tra i musicisti più sensibili e preziosi di questo inizio millennio.

S.M.

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