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Psychic Ills Hazed Dream

Avevamo fatto conoscenza degli statunitensi Psychic Ills grazie al loro secondo album, “Mirror Eye“, un soffice concentrato di psichedelia velatamente space che trovava nella trance del raga rock la sua ragion d’essere. Ascoltandolo, si era indotti a pensare che il trio fosse arrivato al massimo grado di fissità estatica della propria musica, e che proseguire su quella strada sarebbe stato impossibile.

Invece i Nostri, con “Hazed Dream“, rincarano la dose e suddividono il loro sogno fumoso in undici tracce che mandano in vacca qualsiasi sviluppo musicale per concentrarsi unicamente su effetti sonori il più stranianti possibile. Per più di quaranta minuti ci si trova in una comune hippie del 1967 circondati da un fortissimo odore di cannabis e incenso, impercettibilmente sospinti qua e là da folate di organo farfisa e chitarre effettate col wah wah, più tutta una serie di percussioni più o meno esotiche. Gli accenni al rock spaziale di Hawkwind e Acid Mothers Temple, presenti nel predecessore, sono stati quasi del tutto abbandonati per lasciar spazio esclusivamente a un cantato salmodiante che si limita a sottolineare l’ininterrotto stato di narcolessia lisergica che avrebbe potuto realizzare una band psych – garage della fine dei Sessanta se fosse andata in overdose da erba. Per fare un paragone più circostanziato, pensate a una jam fra i Doors e i 13th Floor Elevators priva delle impennate rock’n’roll e totalmente basata su ballate acide che più acide non si può. In un contesto del genere, persino l’armonica presente in “Mexican Wedding” sembra uno scossone di proporzioni inaudite. Il resto, dall’apertura affidata al suono dello scacciapensieri di “Midnight Moon“, passando per i riverberi organistici di “Mind Daze” e le percezioni distorte di “Incense Head“, è un estenuante ripercorrere tutti i sentieri dell’acid rock più sballato e onirico.

“Hazed Dream” è un disco pazzesco. Davvero difficile da giudicare. Il suo grave difetto è sicuramente la staticità che lo caratterizza dalla prima all’ultima nota; facile che venga a noia dopo soli cinque o sei pezzi, tanto che arrivare alla fine potrebbe essere un’impresa. Tuttavia, per certi momenti e per certi stati mentali, potrebbe persino rivelarsi un’esperienza interessante. Io personalmente lo vedrei bene come colonna sonora di certi filmetti USA di serie b usciti sul finire di quel decennio, come “Psych-Out” (fra i primissimi film con Jack Nicholson) o “Riot On Sunset Strip“.

Stefano Masnaghetti

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