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[Rock] Frank Turner – Poetry Of The Deed

 

[Rock] Frank Turner – Poetry Of The Deed (2009)

Live Fast Die Old – Try This At Home – Dan’s Song – Poetry Of The Deed – Isabel – The Fastest Way Back Home – Sons Of Liberty – The Road – Faithful Son – Richard Divine – Sunday Nights – Our Lady Of The Campfires – Journey Of The Magi

www.frank-turner.com
www.epitaph.com

Strana carriera quella di Frank Turner. Iniziata tempestosamente nelle fila dei Million Dead, band hardcore piuttosto feroce, che prima del suo precoce scioglimento fece in tempo ad incidere due album in poco più di quattro anni d’attività. Una volta scioltisi i Million Dead, Frank decide d’intraprendere la carriera solista e di cambiare bruscamente stile e sonorità.

Con il primo EP, “Campfire Punkrock”, sono le sonorità acustiche a trionfare: il punk millantato nel titolo è presente tutt’al più come suggestione lirica, sotto forma di testi corrosivi e ‘anti – establishment’; per il resto è un classico album cantautorale tutto chitarra acustica e voce. Poi, con i successivi due full – length, il musicista inglese torna in parte sui suoi passi: il folk la fa ancora da padrone, ma è chiaro anche il bisogno di tornare a una dimensione più rock ed elettrica.

Il percorso di parziale riavvicinamento alle origini culmina con questo “Poetry Of The Deed”, singolare ibrido sonoro che si rivela disco maturo e persino originale. Soprattutto, difficile da ingabbiare in un sottogenere preciso, e questo è quasi sempre un bene. Addirittura, in grado di piacere sia agli amanti del rock tradizionale e del folk sia a chi è alla ricerca di sonorità più ispide e ‘alternative’ (non a caso esce sotto Epitaph). Grazie ad un netto miglioramento vocale e ad una vera e propria band in grado di supportarlo, Turner riesce a giostrasi piuttosto abilmente fra brani elettrici ed acustici, fra tentazioni pop – punk e schizzi folk – rock.

“Live Fast Die Old” e la title – track sono robuste canzoni dal feeling quasi epico: c’è qualcosa di springsteeniano in entrambe, e la prima, con tanto di caldo organo hammond (altro timbro cardine del disco), sarebbe quasi perfetta se non fosse rovinata da un coretto non all’altezza. “Try This At Home” è il momento più punk del disco, rapida e sguaiata, non lontana da atmosfere etiliche alla Pogues: e la banda di MacGowan torna protagonista in “Sons Of Liberty”, probabilmente il pezzo migliore del disco, roboante ballata dal gusto irlandese con tanto di violino. “Dan’s Song” è cantautorato archetipico, chitarra voce e armonica dylaniana a condire il tutto, mentre “Faithful Son” è un’altra ottima ballad con pianoforte, archi e chitarra acustica in primo piano.

Un disco tanto semplice quanto bello. A volte basta questo.

Stefano Masnaghetti

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