[Rock] Hole – Nobody’s Daughter (2010)

 

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Dodici anni dopo “Celebrity Skin” ecco un nuovo album delle Hole. Anche se, a essere onesti, parlare di un album targato Hole non è del tutto corretto, dato che dei precedenti membri della band non rimane che la leader e padrona Courtney Love. Quindi, “Nobody’s Daughter” può essere a tutti gli effetti considerato un album solista della Love, diretto successore del non propriamente fortunato “America’s Sweetheart” più che di “Live Through This”.

Detto ciò, eccoci alla ciccia, ovvero alle canzoni e all’album, frutto di ben cinque anni di lavoro a singhiozzo di una Courtney Love alle prese con problemi di salute e giudiziari, affiancata dalla producer Linda Perry e da Billy Corgan.
Il titolo è programmatico: Courtney si considera una figlia di nessuno, abbandonata dal padre in tenera età e cresciuta da una madre inadeguata. Tutto “Nobody’s Daughter” appare come una sorta di lamento, di recriminazione nei confronti della vita e dei tanti che in un modo o nell’altro hanno compiuto qualche torto nei confronti di Miss Cobain. A partire dalla protagonista di “Skinny Little Bitch”, energico singolo di lancio in cui la Love, sostenuta da una linea di basso potente, si scaglia contro una “stronzetta pelle e ossa” che qualcuno ha identificato con Lily Allen.

La prima impressione che dà l’ascolto di “Nobody’s Daughter”, è di trovarsi di fronte a un certo autocompiacimento di Courtney Love, desiderosa a ogni costo di far vedere quante ne ha passate e quanto è punk nell’animo. Poi, con la sua voce sporca e sofferta, tra un grido e un bisbiglio quasi riesce a convincerti, della sua sincerità, e in brani come “Letter to God” tocca livelli di lirismo notevoli. E però, a lungo andare, riaffiora la sensazione che la Hole tenti a ogni costo di esibire le proprie ferite e a trasporle in musica, non senza una certa dose di paraculaggine. E forse, c’è anche la sensazione di ritrovare in “Nobody’s Daughter” tutta roba già sentita, un po’ di PJ Harvey, un po’ di Patti Smith, forse anche un pizzico di Juliette Lewis… insomma, qualche buon brano rock (“Someone Else’s Bed”, per fare un esempio), un paio di pezzi grintosi (vedi l’inno anti-cocaina “Loser Dust”), ma tutto sommato niente di nuovo.

Marco Agustoni

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