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[Rock] Iggy Pop & James Williamson – Kill City (Reissue) (2010)



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Stretto fra la morsa dei primi capolavori assoluti targati Stooges e la rinascita artistica e umana di Iggy avvenuta con i primi lavori solisti in combutta con David Bowie, “The Idiot” e “Lust for Life”, entrambi del 1977, “Kill City” non ha mai ottenuto il successo che avrebbe meritato. Di più, non ha ottenuto alcun successo e basta. Molti sono stati i fattori che hanno determinato il suo flop: registrato nel 1975 ma uscito solo due anni dopo, l’album non solo ha dovuto giocare una partita impari con i due storici dischi citati poco sopra, ma è stato anche oltremodo penalizzato da suoni che più che di garage odoravano di fogna.

Eppure non è affatto un brutto LP, e questa nuova ristampa, finalmente rimasterizzata a dovere, rende onore all’Iguana e al suo compagno, quel James Williamson che aveva esordito al suo fianco nel terzo e ultimo capitolo degli Stooges, “Raw Power” (1973). La maggiore pulizia sonora enfatizza le qualità di “Kill City”, opera meno garage di quelle che l’hanno preceduta e più classicamente rock, con notevoli suggestioni di stampo blues e jazz (fra l’altro, il sassofono è presente nella maggior parte dei brani). Nonostante il periodo nel quale fu concepito non fosse il massimo per Iggy, che entrava e usciva dall’ospedale psichiatrico, le canzoni si tengono a debita distanza dagli uragani psicosonici di un “Funhouse” (1970), ancorandosi a soluzioni molto vicine ai Rolling Stones (cfr. la title – track, il cui riff è quasi parafrasi di quello di “Brown Sugar”, oppure “Beyond The Law”, o ancora “Consolation Prizes”) e persino al southern dei Lynyrd Skynyrd (cfr. l’assolo di Williamson nella semi ballad “I Got Nothing”). Fra atmosfere ora tese e nervose, ora più rilassate e notturne, spicca la clamorosa “Johanna”, bluesaccio risalente al periodo di “Raw Power” ma reperibile soltanto nelle “Studio Sessions” pubblicate nel 1996, qui resa in formato più succinto e dilaniata dal sax.

“Kill City” vale il suo prezzo anche solo per quella traccia, ma il contorno è comunque di gran classe. Ed è soprattutto un’altra ottima occasione per conoscere più approfonditamente uno dei maggiori artisti che la storia del rock possa vantare.

Stefano Masnaghetti

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