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The Black Keys – Turn blue

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Tornano Dan Auerbach e Patrick Carney, artisticamente uniti nel progetto musicale che risponde al nome The Black Keys. Lo fanno a quasi tre anni di distanza dai fasti di El Camino, un disco che li ha portati a calcare i più importanti palcoscenici mondiali da headliner, attirando su di loro un grande interesse anche mediatico, come testimonia la vittoria di un Grammy come miglior album rock dell’anno. Ora però sono tramontati i tempi di “Lonely boy” e “Gold on the ceiling”. E anche in fretta: in anni come questi, talmente mutevoli da poter essere definiti isterici senza accuse di iperboli, i gruppi musicali – siano essi emergenti o affermati da tempo – hanno bisogno di cambiare spesso le vesti, e così è capitato anche per il duo di Akron, nell’Ohio.

Succede spesso che i mutamenti di genere e stili non siano casi isolati, ma parte di un rimescolamento generale di carte che finisce per provocare una nuova tendenza collettiva. Una vulgata, insomma. Ecco, vediamo che – con le dovute differenze – negli ultimi anni si è visto fare da parte di alcuni gruppi un passo (temporale) indietro rispetto al revival anni ’80, che aveva visto tornare alla ribalta il post-punk e la new wave, a favore delle atmosfere sognanti della psichedelia anni ’60. Basti pensare a Tame Impala, Mgmt, Arctic Monkeys e ai The Horrors, che con la recente uscita di “Luminous” (qui recensito) ben esemplificano il passaggio da una fase all’altra.

Con l’uscita di Turn Blue è ufficiale: la “febbre” degli anni ’60 ha contagiato anche i Black Keys, sporcandosi col più dinamico blues-rock di cui sono fieri portatori. Lo si capisce bene sin dall’attacco, quella lunga e ampiamente riverberata “The weight of love”, che gioca tra canto corale soul e intensi assoli di chitarra ai quali si alternano spazi più quieti incrinati dal phaser. Prosegue questo approccio tendenzialmente intimista la title-track, dove la componente psichedelica viene ancor più esaltata mediante l’uso dei synth.

Con il primo singolo estratto dal disco, ossia “Fever”, i toni si risollevano e le atmosfere si fanno meno rarefatte mentre la voce di Dan torna ruvida e secca: gioca piacevolmente coi riff di synth in un ritornello di quelli che vogliono rimanere impressi al primo ascolto, prima di dare il via alla coda elettronica. Sicuramente il brano più riuscito del disco – che può contare sulla grande cura negli arrangiamenti dei due musicisti americani, ma non risulta tanto seducente da offuscare il suo scomodo predecessore, peggiorando probabilmente più del dovuto l’impressione generale sui brani.

Nelle successive “Bullet in the brain”, “Waiting on words” e “In our prime” le luci calano nuovamente  e si fanno soffuse come nei pezzi iniziali, mentre il cantato sfuma. Proseguono istintivi altri raffronti, non con lavori precedenti ma con altri gruppi: mentre la seconda, tra quelle citate, ricorda i Red Hot Chili Peppers di “Under the bridge”, la terza ci conduce direttamente ai Beatles del “Magical mistery tour”. L’impeto finale di “Gotta get away” chiude in controtendenza un lavoro dai toni morbidi e soffusi – forse fin troppo – che come ogni brusca virata rischia di disarcionare qualche fan affezionato, ma al tempo stesso di attrarne di nuovi.


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