The Dirtbombs – Party Store

Attenzione! Questo non è un nuovo album d’inediti dei Dirtbombs, bensì un’operazione per molti versi simile a quella che la band realizzò esattamente dieci anni fa, con “Ultraglide In Black”. Là Mick Collins e soci rileggevano i classici del soul di marca Motown, mentre in “Party Store” si dilettano a reinterpretare le hit technoidi della scena di Detroit sbocciata a cavallo fra anni Ottanta e Novanta. Un altro momento fondamentale per la musica, un altro omaggio alla Motor City, luogo dal quale i Dirtbombs provengono.

Certo, per un gruppo garage è più facile e meno rischioso coverizzare musica soul e r’n’b piuttosto che cimentarsi con originali che non prevedono affatto l’utilizzo di chitarre e strumentazione rock ortodossa. E in effetti, mentre “Ultraglide In Black” fu un successo, “Party Store” potrebbe invece risultare indigesto a gran parte dei loro fan, nel suo essere così ‘alieno’ e differente dal disco medio di garage punk (non solo, ma la conclusione è persino affidata a un remix puramente elettronico). Ma non per questo è brutto. Anzi, tutte le nove tracce che lo compongono sono interessanti nel loro tentativo di volgere in chiave rock forme e strutture sonore che furono pensate per il dancefloor.

Quel che ne esce è una sorta di mostro mutante difficilmente definibile, che fa cozzare fra loro garage rock – la strumentazione rimane principalmente quella, chitarra basso e batteria – e pulsioni ballabili, in un qualcosa che suona come un improbabile ibrido fra kraut rock dei primordi, noise rock minimalista e lunghe digressioni strumentali di acid rock barbaro. “Cosmic Car”, per esempio, nella quale si alzano clangori degni dei Big Black, dei Big Black edonisti e danzerecci però. Oppure la successiva “Shari Vari”, dei Kraftwerk alle prese con bassi ‘black’ e un senso d’ipnosi da house psichedelica. Il pezzo più interessante è comunque “Bug In The Bassbin”, originariamente di Carl Craig (che qui suona il synth), fra i più grandi protagonisti dell’elettronica detroitiana: oltre 21 minuti di frequenze industriali, loop di batteria, riverberi chitarristici e folli jam allo stato brado. Un’esperienza fra la fusion del Miles Davis di “Pangaea” e parecchie scorie kraute di ascendenza Faust, ma si potrebbero far valere molte altre letture e punti di vista.

È chiaro che “Party Store” non si presenta a noi come un disco compiuto e privo di sbavature. Le zone d’ombra sono parecchie, e l’ascolto non è certo immediato come per le altre opere del complesso. Tuttavia a un artista come Mick Collins non si può muovere nessuna critica: con i Gories prima e ora con i Dirtbombs ha cambiato il corso del garage degli ultimi vent’anni (a giudizio di chi scrive, solo gli Oblivians possono rivaleggiare con queste due band), ha scritto capolavori e contribuito in modo indelebile a risollevare l’interesse per il rock puro e genuino. Se adesso vuole sperimentare, è liberissimo di farlo. Tanto più se i risultati sono, come in questo caso, così stimolanti.

Stefano Masnaghetti

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