The Low Anthem – Smart Flesh

Per tutti i fan della band di Providence, Rhode Island, sarà difficile fare i conti con quest’album, soprattutto dopo il capolavoro “Oh My God, Charlie Darwin” auto-prodotto nel 2008 e ri-pubblicato per Nonesuch e Bella Union (rispettivamente per il mercato americano e per quello europeo) nel 2009. La critica in quel caso scomodò quasi la parola capolavoro.

Ecco che tocca al ben meno sfavillante “Smart Flesh” l’arduo compito di confermare ad un livello tanto alto i The Low Anthem; compito difficile, come già detto, ma non impossibile se si riesce a ragionare in prospettiva. L’utilizzo di chitarre acustiche che ben si legano al banjo ed alle armonie vocali raccontano fiabe al di fuori di ogni relazione spazio-temporale. Il folk acustico si unisce agli stilemi del blues e del rock così come in “Oh God, Charlie Darwin”, con l’unica differenza dovuta alla presenza delle ballate; ascoltando “Boeing 737”, classica rock ballad, si può trovare tutto ciò che mancava nel masterpiece precedente; in “Love and Altar”, invece, è facilmente riconoscibile qualche traccia della band di Justin Vernon, i Bon Iver.

Il sound dei The Low Anthem ricorda, in questo disco, soprattutto i più celebri Mumford & Sons, i Neutral Milk Hotel di Jeff Mangum e gli Wilco di “Yankee Hotel Foxtrot”. Grazie al lavoro del produttore Jesse Lauter e al mixing di Mike Mogis (già produttore di Bright Eyes) si può pensare a questo album come un buon punto di snodo per poter continuare (quantomeno) su questa scia per poter tornare, e si spera per la band del leader Ben Knox Miller rimanere, agli standard di “Oh My God, Charlie Darwin”.

Federico Croci

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