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Esoteric Paragon Of Dissonance

Gli Esoteric sono da sempre la punta di diamante del movimento funeral doom. Se i finlandesi Thergothon hanno contribuito a fondarlo con le loro uniche due emissioni discografiche dei primi anni Novanta, il testimone è però poi subito passato a loro e, parallelamente, agli Skepticism. Tuttavia, laddove questi ultimi rappresentano l’anima più eterea e rarefatta del genere, al contrario gli Esoteric puntano da sempre su di un suono più pesante e oppressivo, corroso da folate di psichedelia deviata e sferzato da improvvise accelerazioni death metal. Un canovaccio che a partire dall’esordio “Epistemological Desponency” (1994) non è mai più stato abbandonato.

Arrivata al sesto album, la band inglese sforna quello che potrebbe essere il suo capolavoro, in grado comunque di rivaleggiare col seminale disco d’esordio e di superare qualitativamente il pur ottimo predecessore del 2008, “The Maniacal Vale“. Ancora una volta la formula vincente è quella del doppio cd per 94 minuti di musica suddivisa in 7 tracce, la durata delle quali è compresa fra i 7 e i 16 minuti. Ancora una volta si tratta di una discesa nelle catacombe più oscure della mente, senza possibilità di appigli. Chitarre, basso e batteria rimbombano nelle tempie, le tastiere contribuiscono a creare gorghi limacciosi, mentre la voce esibisce il solito growl spaventoso. Quello che differenzia “Paragon Of Dissonance” dalle uscite passate è la raffinatezza con cui Greg Chandler e compagni riescono a trascinar l’ascoltatore verso lo sprofondo e a privarlo della volontà.

Tralasciando per una volta i più banali incasellamenti di genere, il nuovo LP potrebbe esser persino definito progressive. Tutti gli elementi che hanno contribuito ad edificare la storia degli Esoteric confluiscono in un mosaico sonoro che muta continuamente forma. C’è la tipica lentezza dell’ultra doom, così come appaiono spesso i riverberi acidi della psichedelia più marcia e gli sfoghi di brutalità del death; ma accanto a tutto ciò spuntano assoli di chitarra fra i più riusciti della loro intera carriera, stacchi di pianoforte che riecheggiano il miglior gothic doom inglese di vent’anni fa, droni che lambiscono l’ambient e dilatazioni in odor di post – metal, in generale un fluire quasi spontaneo d’immagini d’afflizione e dolore che giustifica il termine progressivo. Con una padronanza tecnica mai così compiuta. Cuore e cervello. Uno spettacolo imperdibile per tutti gli appassionati di doom.

Stefano Masnaghetti

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