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Le luci della centrale elettrica Costellazioni

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Tornano ad accendersi Le luci della centrale elettrica, luminose quasi fossero stelle. E la similitudine calza bene: non solo per il nome del nuovo album di Vasco Brondi, “Costellazioni”, atteso seguito di gran bei dischi come “Canzoni da spiaggia deturpata” e “Per ora noi la chiameremo felicità”; ma anche per le 15 canzoni che compongono il disco, perle il cui ascolto dà sensazioni familiari a chi ama l’immagine letteraria del perdersi nella visione misterica e poetica delle stelle. O di quel cielo azzurro e violaceo che si staglia dietro il sensuale volto materno della copertina, figura protettrice, persa però in un vago momento di solipsistica distrazione, nell’autoreferenzialità delle palpebre chiuse. Come i protagonisti delle canzoni: soli, fors’anche smarriti, ma con dolcezza e insperata fiducia.

E se la dolcezza non è mai mancata nei brani di Vasco, lo scarto con i dischi precedenti, da cui questo differisce nella curiosa misura in cui ne è una coerente prosecuzione, sta proprio nel latente senso di fiducia che inevitabilmente l’ascolto infonde. L’oscurità e il forte contrasto tonale del passato sono ora stinti in un colore vivo e brillante, semplice, tanto che il disco, partendo dal notturno stagno di “La terra”, “L’Emilia”, “La luna”, fila via come fosse una pennellata libera e struggente. A ben vedere, è solo l’insieme di una miriade di elementi aggregati alla perfezione a rendere l’illusione della semplicità – operazione, questa, tra le più difficili in musica. La componente elettronica e la complessità degli arrangiamenti ne sono l’eterea ossatura: suoni, ritmi, rumori, stili e un’accennata orchestralità. In una parola: ambientazioni, definite grazie anche al lavoro di Federico Dragogna dei Ministri, o alla partecipazione di musicisti come Enrico Gabrielli e Stefano Pilia (si veda il suo lavoro su “Blues del delta del Po”).
Uno dei segni più interessanti di questo nuovo capitolo discografico sta forse nell’espansione degli orizzonti labili del folk: “Le ragazze stanno bene” (pop-folk?), “I destini generali” (indie-pop?), “I Sonic Youth” (ballad capolavoro?), “Ti vendi bene” (disco-punk?) sono tutti esempi di come Vasco abbia giocato con i generi per condurre il suo stile verso una contaminazione a 360°, con la sorprendente abilità di seguire le tracce di protagonisti della musica italiana così diversi tra loro, come Battiato, CCCP e Rino Gaetano, per mettere in fila una serie di brani stellari dove però resta sempre un unico, assoluto protagonista: il testo. La raccolta di refusi poetici e ciarpame linguistico attinto dalla realtà virtuale e immateriale, o concreta e deteriorata, è un processo sottile. La lingua è plasmata in espressive supernove poetiche, assecondando suggestioni che sono evidentemente proprie degli anni Duemila, dove accanto alle antiche immagini di stelle e pianeti troviamo forestierismi e neologismi, (cronologie e password ad esempio), e dove la nostra preghiera per un “lavoro qualunque” è rivolta ad un padre nostro dei satelliti. Linguaggio e poetica. E noi appaiamo ancora lontani, dispersi nei moltissimi mondi del sovra-mondo globale (Roma, Milano, ma anche Londra, o il sud in cui risuonano Smiths e Sonic Youth) e l’unica cosa che riesce a farci stare bene, pur non avendo un lavoro – cosa che ci costringe a vederci sempre giovani – è forse proprio la musica, conforto alle nostre abilità inusate o sottopagate.

Dettagli. Indizi del valore di un reale cantautore del presente, di quel che gli anni Dieci sono, o immaginiamo debbano essere. Portavoce, oggi più che mai, di una generazione non abituata a sentirsi rappresentata almeno nella misura in cui è abituata ad essere sfiduciata. “Costellazioni” potrebbe ribaltare queste abitudini, almeno per il breve tempo sufficiente a chiudere gli occhi e pensare ad un cielo meno grigio e sempre più blu.


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