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Opeth – Heritage

Opeth Heritage Recensione

Dieci album e 20 anni di vita sono pesanti per tutti. Di solito, soprattutto in ambito heavy, chi arriva a questo punto della carriera lo fa raschiando il barile, tirando fuori lo stesso album dell’anno prima e nascondendosi dietro parole come “stile”, “coerenza”, “rispetto per i fan”. Come se ai fan piacesse farsi derubare dei propri risparmi per un disco che, dopo un iniziale interesse, finirà a fare da soprammobile…

Gli Opeth non sono certo un gruppo stilisticamente in movimento, in fondo la loro formula musicale è cambiata abbastanza lentamente nel tempo. Dopo 20 anni però, di botto, nella testa di Åkerfeldt dev’essere successo qualcosa. Non sappiamo cosa sia stato, forse un’acido andato di traverso, forse ha ritrovato il completo da figlio dei fiori del padre, sta di fatto che all’improvviso ci ha rovesciato in faccia il baule contenente i suoi ricordi, l’eredità lasciatagli dai grandi.

“Heritage” trasuda anni 70 fin dalla copertina. Non c’è growl, non ci sono chitarre dal suono pesante e compresso, c’è del rock. Ce n’è tanto e ci sono suoni sporchi e vintage pur se molto ben definiti. Ci sono soprattutto brani che non ti aspetti, come “Slither” che sembra uscita dalla penna di Blackmore mentre cercava di scrivere “Kill The King“, oppure come “Famine” che si apre con piano, voce (e qui non si capisce perché relegare le percussioni di Acuña a infrasonica intro), per poi abbandonarsi a una tempesta elettrica, oppure la fusion un po’ inacidita che affiora in “Nephente” e che a noi ha ricordato a tratti la “Mela di Odessa” degli Area, oppure il finale “poliziesco” di “Marrow of the Earth“, anche se forse il momento top del disco arriva con “The Lines in My Hand“, dove il basso di Mendez ci trascinerà inesorabilmente in un turbino di visioni oniriche.

Heritage” contiene tanto rock con riferimenti al folk, alla psichedelia e al jazz, rock progressivo nell’accezione più sana del termine, senza tendenze barocche, senza pisciate strumentali, senza pose e virtuosismi infilati a caso. Sicuramente l’influenza dei grandi del passato si sente e in alcuni momenti questi vengono citati apertamente, ma il tutto continuando a suonare Opeth, perché, a ben vedere, scavando nella timbrica, nelle atmosfere e nella diversa estetica, la paternità della band di Täby è evidente.

Grazie Opeth, non solo per averci regalato un grandissimo album ma soprattutto per averci sorpreso. Applausi.

Stefano Di Noi

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