Kamelot – Poetry For The Poisoned

Grande ritorno per i Kamelot, che con “Poetry For The Poisoned” avanzano nella ricerca di nuove forme musicali, dimostrando che è possibile suonare power metal senza abbandonarsi a cliché ormai logori e abusati. Questo loro nono album in studio non è certo il più immediato, forse neppure il più riuscito, sicuramente il più singolare e coraggioso. Dopo i primi quattro dischi ‘di rodaggio’, il raggiungimento della popolarità in ambito metal con lo schietto power sinfonico di “Karma” (2001) e “Epica” (2003), le prime ‘sperimentazioni’ di “The Black Halo” (2005) e “The Ghost Opera” (2007), ecco arrivare un episodio che sicuramente segnerà la carriera futura della band di Tampa.

Niente paura, perché i cambiamenti rispetto al passato sono limitati e ben calibrati, e d’altra parte non è mai stato nella natura del gruppo compiere brusche svolte stilistiche. I Kamelot aggiungono di volta in volta piccoli tasselli al loro suono, che conserva il taglio sinfonico e gli spunti progressive che da sempre lo caratterizzano (e, come sempre, parlare di semplice power è piuttosto riduttivo nei loro confronti), ma nelle 14 tracce che compongono “Poetry…” si allarga anche a suggestioni dal taglio più ‘moderno’, inglobando al suo interno persino componenti elettroniche (cfr. l’incipit del singolo “The Great Pandemonium”, oppure gli iniziali fraseggi di synth di “Necropolis”, o ancora alcuni spunti contenuti in “If Tomorrow Came”, brano peraltro dal ritmo che occhieggia a certo ‘modern metal’) e qualche vocals filtrata (cfr. “Dear Editor” e la già citata “If Tommorow Came”). Lievi innovazioni che però vengono presentate con l’equilibrio, il buon gusto e la parsimonia che sono ormai cifra stilistica del quintetto. In questo senso le parti sinfoniche si segnalano quale maggior motivo d’interesse dell’opera: al contrario della maggioranza dei gruppi power e affini, i Kamelot evitano qualsiasi ridondanza, pomposità e magniloquenza, costruendo leggere e raffinate orchestrazioni che, specie nei pezzi più lenti e malinconici, rappresentano un ‘unicum’ nell’ambito musicale da loro praticato. Gli esempi si sprecano: possono essere gli archi nella ballad “House On A Hill” come i fiati e il piano nella mini – suite, divisa in quattro parti, che dà nome al disco, ma in ognuno di essi spicca la bravura nel mantenere l’atmosfera discreta a garbata, quasi si trattasse di piccole sinfonie cameristiche. A completare il quadro c’è, ovviamente, la grande voce di Roy Khan, sempre impeccabile, e alcuni ospiti (fra gli altri, Jon Oliva, Amanda Somerville, Simone Simons e Bjorn “Speed” Strid che sfodera il suo growl in “The Great Pandemonium”) che s’immedesimano perfettamente nella parte.

Per la sua natura delicata e quasi crepuscolare, “Poetry For The Poisoned” è forse il lavoro meno diretto dei Kamelot, e mai come in questo caso è indicata la frase retorica “necessita di molti ascolti”. Se da un lato la grazia e la misura costituisce un punto di forza, dall’altro è pure vero che la sovrabbondanza di mid tempo e la scarsità di pezzi più veloci e diretti, singolo a parte, può penalizzarne la riuscita finale. Rimane comunque un signor disco, sicuramente uno dei migliori dell’anno per quanto concerne il metal sinfonico, oltreché fra i più personali. Tanto di cappello.

Stefano Masnaghetti

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