Zoroaster – Matador

Gli Zoroaster sono un trio proveniente da Atlanta, Georgia. Ovviamente, data la provenienza della band, si è subito portati a pensare a quella corrente del metal che, guidata dai Mastodon, si è impegnata a svecchiare gli stilemi del genere grazie alla contaminazione con lo stoner, lo sludge, la psichedelia e certo hard rock ‘progressivo’ di ascendenza Seventies. E, in effetti, anche il gruppo in questione potrebbe essere inserito in questo filone.

Tuttavia le differenze fra band quali Baroness, Black Tusk, High On Fire, i già citati Mastodon e gli Zoroaster sono profonde e numerose. Poiché questi ultimi sono meno interessati alla tecnica strumentale e non aspirano affatto a creare una sorta di nuovo ‘progressive metal’, bensì i loro sforzi vanno interamente verso la ricerca di un suono psichedelico il più possibile cosmico e ‘sacrale’. Nel complesso “Matador”, loro terzo full length, suona come un disco degli Om riletto dagli Ufomammut. Nonostante l’album contenga alcuni brani veloci e in odore di hard rock (l’esempio più clamoroso e riuscito è “Trident”, in cui forti sono le reminiscenze dei Monster Magnet più diretti), il meglio riesce ad offrirlo negli episodi più acidi, dilatati e lenti: “D.N.R.”, “Odyssey”, “Old World” e la title – track risuonano minacciose e implacabili, fagocitando al loro interno doom, sludge, stoner e space rock, Sleep e Hawkwind, Black Sabbath e Kyuss, sospese in un’atmosfera che spesso rasenta la fissità ieratica (a questo contribuiscono anche le parti vocali, vicine a volte ad una sorta di torvo recitativo da guru astrale). Nei clangori della strumentale “Firewater”, poi, si può persino percepire la frenesia lisergica degli Acid Mothers Temple.

Un’opera dal grande fascino sinistro e arcano, che è in grado di segnalare gli Zoroaster fra i nomi più interessanti dell’ultimo stoner psichedelico. Il rimbombo mantrico dei loro pezzi è qualcosa che si ascolta raramente, e sebbene “Matador” non sia certo un portento d’innovazione (ma oggi cosa lo è?) la personalità e la visione d’insieme del complesso sono qualità di sicuro interesse. Fra i più gustosi frutti che il florido underground americano ci abbia offerto nel 2010.

Stefano Masnaghetti

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