Bardo Pond – Bardo Pond

 

Tornano i gran cerimonieri della Visione Lisergica, coloro i quali hanno speso di più, negli ultimi 15 anni, per rivitalizzare e rileggere la grande tradizione psichedelico/spaziale sorta a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta. Mi rendo subito conto che indicare i Bardo Pond come i più grandi significa però far grave torto a un altro gruppo fondamentale, ovvero gli Acid Mothers Temple, importanti almeno quanto loro nell’ambito del nuovo acid rock.

Tuttavia, ci sono delle differenze ben marcate fra questi due giganti. Laddove i giapponesi sono più eclettici, variopinti, colossali e stilisticamente onnicomprensivi, la band di Philadelphia si è invece distinta per uno scavo sonoro più limitato, ma forse più profondo e meditativo; le loro atmosfere sono sempre state meno pirotecniche, più grigie e nebulose, orientate verso un’ossessiva stratificazione chitarristica in grado di colmare i vuoti attraverso un continuo sovrapporsi di feedback, distorsioni, riff, droni e riverberi provenienti da altri mondi e direttamente trasportati nelle profondità dell’Io, colto in stato di dormiveglia, quando la coscienza è più disposta ad accogliere altre dimensioni al suo interno. Sinteticamente e molto brutalmente (prendetela per quello che è, una semplificazione): se gli Acid Mothers Temple guardano intorno a se stessi, i Bardo Pond guardano dentro se stessi.

Il nuovo album omonimo ce li ripropone in quelle stesse vesti che fecero grandi dischi quali “Bufo Alvarius” (1995) e “Amanita” (1996), e dimostra quanto si siano rinfrancati dal precedente e piuttosto deludente “Ticket Crystals” (2006). Ancora una volta riescono nell’impresa di rendere poetiche le loro ipnosi chitarristiche, dimostrando fra l’altro quanto debbano loro complessi come Dead Meadow e simili. Così “Just Once” inizia come un pezzo di psych folk per poi gettarsi nel consueto baccanale elettrico, “Don’t Know About You” è blues alla morfina, “Sleeping” ricorda dei Natural Snow Buildings ancora più astrali e rarefatti, in cui flauto, chitarra acustica e synth simulano pulviscoli di stelle, “Cracker Wrist” aumenta in volume e intensità sonora nel mezzo di spirali di fumo azzurrognolo, “The Stars Behind” apre persino al post rock, e i 21 minuti di “Undone” sono pura estasi catatonica. In questa nuova opera spicca l’importanza della voce di Isobel Sollenberger, forse in passato mai così decisiva nel rischiarare d’improvvisi bagliori gli antri più oscuri della nostra mente.

Avessero esordito ai tempi dei Pink Floyd, oggi i Bardo Pond sarebbero delle rockstar. Noi però ci accontentiamo del bello che possono regalare alla loro fedele schiera di appassionati, i quali considereranno certamente questo eponimo fra i dischi dell’anno.

Stefano Masnaghetti

 

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